Abbiamo
la fortuna – o la sventura a seconda dei punti di vista – di
vivere in tempi assai interessanti, come recita un proverbio cinese
per definire le epoche turbolente. L'aspetto particolare che volevo
prendere in esame oggi, è quello dell'ipse
dixit.
Per
coloro che non sapessero a cosa mi riferisco, riassumo la sua origine
in poche righe. Nell'antica Grecia (stando a Cicerone), il suo
corrispettivo greco era utilizzato nella scuola di Pitagora riferito
a quest'ultimo, per convalidare le affermazioni di chi parlava. In
epoca medioevale la formula fu adoperata in relazione ad Aristotele,
considerato la massima autorità in campo filosofico. In parole
povere, ci si richiama all'autorità di qualcuno – vivente o
vissuto – in un dato campo, per validare le proprie tesi.
Tutto
questo però, come influenza il mondo di oggi? È presto detto.
Oggigiorno, viviamo una problematica duplice e in un certo senso
anche ossimorica. Da un lato, esiste un quantitativo sterminato di
imbecilli che si credono tuttologi: pur ignoranti di un dato
argomento, aprono bocca per dire immani bestialità senza nemmeno
rendersene conto. In alcuni casi capita anche con persone colte che –
per dirla in francese – cagano fuori dalla tazza e s'inoltrano in
campi che non conoscono, credendo che la loro conoscenza pregressa di
altri argomenti possa bastare per parlare con cognizione di causa.
Per esempio, ho sentito spesso antropologi, politici o altri
demonizzare i videogiochi senza aver mai letto una riga a riguardo
e/o senza averne mai toccato uno, paragonandoli al gioco d'azzardo.
Oppure sedicenti critici letterari e scrittori in erba a dir poco
insipienti, che hanno letto e scritto poco o nulla e pretendono di
pontificare sulla scrittura creativa, nonché di insegnare qualcosa a
chi scrive da anni.
Il
secondo aspetto di questo male, ad esso opposto, è appunto l'ipse
dixit.
Si prendono le affermazioni di un individuo che possiede magari un
titolo di studio, e ci si limita a dire: «Eh, beh l'ha detto il
dottor tal dei tali… lui lo sa, dev'essere così».
Un
ragionamento da stupide pecore, a voler essere anche generosi. Chi si
richiama all'ipse
dixit
nella sua forma più becera senza produrre dei ragionamenti propri –
perché pigro o magari privo degli strumenti culturali adeguati –
contribuisce a diffondere questa specie di cancro della ratio,
come mi piace definirlo. Al di là della mancanza di spirito critico
di chi si affida ciecamente all'ipse
dixit,
l'altro grande problema è che gli altri, anche qualora colti e
titolati, non sono infallibili. Se tu ti basi sull'autorità di
qualcuno, e poi si scopre che quel qualcuno ha detto un'enorme
fesseria, ecco che ti crolla tutto addosso. Di coloro che hanno
assistito agli eventi susseguitisi negli ultimi tre anni, chi è
dotato di un cervello funzionante sa perfettamente a cosa mi
riferisco, perciò mi fermo qui.
L'unico
caso in cui l'ipse
dixit
può sembrare
uno strumento legittimo, è quando si concretizza una serie di
condizioni: primo, chi parla conosce bene l'argomento. Secondo, si
serve della propria ragione per confermare la posizione della fonte
autorevole, seguendo ragionamenti logici e se necessario fornendo
dati e prove. Terzo – facoltativo ma auspicabile – la persona
attinge a più fonti autorevoli e non a una soltanto, poiché ciò
rafforza ulteriormente la sua posizione. Se lo dice uno scienziato,
benissimo, ma se lo dicono una dozzina, è ancora meglio. Lo stesso
si può applicare in ambito medico, letterario, bellico o qualsiasi
altro campo dello scibile umano. Purtroppo però, come ho anticipato,
anche in questo caso l'ipse
dixit
non è un metodo che si dovrebbe seguire, in quanto specioso. Ciò
non soltanto perché anche più individui possono sbagliare in buona
fede, ma perché nel peggiore dei casi potrebbero essere stati
“comprati” per mantenere un'unica linea di pensiero. A mio
avviso, occorre quindi evitarlo in toto.
Quindi
perché “dittatura” dell'ipse
dixit?
Semplice… quando si utilizza tale formula a livello istituzionale –
proponendo i Pitagora e gli Aristotele della situazione come
infallibili – ogni dibattito diventa non solo impossibile, ma
vietato dall'autorità stessa. Chiunque non si adegui all'ipse
dixit
calato dall'alto – che genera ciò che alcuni chiamano “pensiero
unico” o “mente alveare” – diventa un ignorante, un
“complottista” o persino un pericoloso pazzo. In sintesi, diviene
un “nemico della società”. Con questa metodologia è possibile –
oliando i giusti ingranaggi – spacciare assurde bestialità come il
frutto della “scienza” senza che la gente ignorante – che si
limita ad applicare ciecamente l'ipse
dixit –
si ponga domande. Anche perché, chiunque se le ponesse finirebbe in
un vero e proprio tritacarne sociale, a prescindere da quanto possa
essere illustre.
Giungiamo
alla conclusione. Esiste però un punto d'incontro a dir poco
mefistofelico tra questi due atteggiamenti all'apparenza così
diversi e antitetici: gli ignoranti tuttologi e gli ignoranti
dell'ipse
dixit.
Cosa succede quando la prima categoria, invece di sparare nozioni a
caso, si serve dell'ipse
dixit
come la seconda per legittimare le sue posizioni, magari senza mai
aver aperto un libro sull'argomento in questione?
Amici
miei, la risposta è semplice: si ha la morte di duemila anni di
logica aristotelica e la distruzione del pensiero critico. Se invece
– peggio ancora – a fare ciò è chi si trova in posizioni
apicali della società e, pur sapendo perfettamente di mentire
prosegue nella sua vile opera, tale formula diventa, come da titolo,
la dittatura dell'ipse
dixit.