lunedì 17 giugno 2024

Aggiornamento

Ieri ho finalmente concluso l'ultimo volume della mia trilogia dark fantasy. A breve parteciperò col primo libro a una nuova selezione di manoscritti inediti, mentre nel frattempo continuerò a lavorare alla silloge poetica Viali esistenziali e spulcerò (per l'ennesima volta) il panorama editoriale in cerca di possibili CE da contattare.

Completare una saga di oltre due milioni di battute può sembrare un'impresa colossale ai non addetti ai lavori (e forse anche ad alcuni scrittori stessi), ma è nulla se paragonata alla ricerca di qualcuno che creda nel tuo lavoro e ti dia una possibilità. La meritocrazia è solo una favola del cazzo e chiunque continui a propagandarla è un mentitore seriale che, nel migliore dei casi, meriterebbe soltanto insulti. Il paesaggio che ho di fronte ogni giorno è così desolato, che spesso la stanchezza e la frustrazione arrivano a livelli tali che penso di arrendermi... se non l'ho fatto, è solo perché sono così fottutamente testardo che la mia testa potrebbe fare a gara con una lastra di granito.

A ogni modo, piccolo sfogo a parte, la conclusione della mia ambiziosa trilogia segna un po' uno spartiacque, nella mia non carriera di scrittore: mi ha accompagnato per molti anni, anche prima che iniziassi la stesura vera e propria del primo volume, quando era solo un'idea nella mia testa. E per quanto verso la fine fosse divenuto sfiancante continuare a buttare giù pagine su pagine, so già che i protagonisti mi mancheranno, come vecchi amici ormai lontani. Sono stati dei veri e propri compagni di viaggio con i quali ho condiviso un lungo, lunghissimo cammino.
Posso solo sperare che un giorno, anche dei lettori potranno dire lo stesso.


Alla prossima!


M.G.

domenica 5 maggio 2024

Il sogno del buio


Edita da Silele edizioni, Il sogno del buio è un'antologia che contiene i racconti vincitori delle passate edizioni del NeroPremio, indetto da La Tela Nera. Il volume sarà presente anche al Salone del Libro di Torino 2024 e sarà acquistabile nei principali negozi online (es. Amazon) alla fine di maggio.
Tra i tanti brani che contiene, è presente anche il mio racconto horror Discesa nelle tenebre.
Se volete sostenere giovani (e meno giovani) autori del sottobosco italiano, nonché un editore che ripone fiducia in loro, questa è una buona occasione!

Per quanto riguarda me sono ancora vivo, sì, anche se aggiorno questo blog molto di rado. Ma visto che probabilmente non lo leggerà nessuno o quasi, va bene così. Ho superato la metà della stesura dell'ultimo romanzo della trilogia dark fantasy che ho in cantiere, mentre ancora attendo eventuali risposte dall'ultimo editore a cui ho proposto il primo volume. In caso negativo (come ormai comincio a pensare), mi orienterò su un nuovo editore, preferibilmente uno che si occupi anche della traduzione in inglese per sbarcare anche all'estero. Per allora sarò ormai in possesso di una trilogia completa solo da ritoccare, e ciò potrebbe fare la differenza.
Una volta terminato Dèi e uomini, ho deciso che mi prenderò una pausa dal fantasy e probabilmente comincerò a gettare le basi per un romanzo horror, forse ne avevo già accennato. In parallelo sto anche lavorando alacremente alla mia prima silloge poetica, incentrata sull'esistenzialismo, che però non so quando completerò. Potrebbe essere tra qualche mese come a fine anno.

Alla prossima!

mercoledì 15 novembre 2023

La dittatura dell'ipse dixit

Abbiamo la fortuna – o la sventura a seconda dei punti di vista – di vivere in tempi assai interessanti, come recita un proverbio cinese per definire le epoche turbolente. L'aspetto particolare che volevo prendere in esame oggi, è quello dell'ipse dixit.

Per coloro che non sapessero a cosa mi riferisco, riassumo la sua origine in poche righe. Nell'antica Grecia (stando a Cicerone), il suo corrispettivo greco era utilizzato nella scuola di Pitagora riferito a quest'ultimo, per convalidare le affermazioni di chi parlava. In epoca medioevale la formula fu adoperata in relazione ad Aristotele, considerato la massima autorità in campo filosofico. In parole povere, ci si richiama all'autorità di qualcuno – vivente o vissuto – in un dato campo, per validare le proprie tesi.

Tutto questo però, come influenza il mondo di oggi? È presto detto. Oggigiorno, viviamo una problematica duplice e in un certo senso anche ossimorica. Da un lato, esiste un quantitativo sterminato di imbecilli che si credono tuttologi: pur ignoranti di un dato argomento, aprono bocca per dire immani bestialità senza nemmeno rendersene conto. In alcuni casi capita anche con persone colte che – per dirla in francese – cagano fuori dalla tazza e s'inoltrano in campi che non conoscono, credendo che la loro conoscenza pregressa di altri argomenti possa bastare per parlare con cognizione di causa. Per esempio, ho sentito spesso antropologi, politici o altri demonizzare i videogiochi senza aver mai letto una riga a riguardo e/o senza averne mai toccato uno, paragonandoli al gioco d'azzardo. Oppure sedicenti critici letterari e scrittori in erba a dir poco insipienti, che hanno letto e scritto poco o nulla e pretendono di pontificare sulla scrittura creativa, nonché di insegnare qualcosa a chi scrive da anni.

Il secondo aspetto di questo male, ad esso opposto, è appunto l'ipse dixit. Si prendono le affermazioni di un individuo che possiede magari un titolo di studio, e ci si limita a dire: «Eh, beh l'ha detto il dottor tal dei tali… lui lo sa, dev'essere così».

Un ragionamento da stupide pecore, a voler essere anche generosi. Chi si richiama all'ipse dixit nella sua forma più becera senza produrre dei ragionamenti propri – perché pigro o magari privo degli strumenti culturali adeguati – contribuisce a diffondere questa specie di cancro della ratio, come mi piace definirlo. Al di là della mancanza di spirito critico di chi si affida ciecamente all'ipse dixit, l'altro grande problema è che gli altri, anche qualora colti e titolati, non sono infallibili. Se tu ti basi sull'autorità di qualcuno, e poi si scopre che quel qualcuno ha detto un'enorme fesseria, ecco che ti crolla tutto addosso. Di coloro che hanno assistito agli eventi susseguitisi negli ultimi tre anni, chi è dotato di un cervello funzionante sa perfettamente a cosa mi riferisco, perciò mi fermo qui.

L'unico caso in cui l'ipse dixit può sembrare uno strumento legittimo, è quando si concretizza una serie di condizioni: primo, chi parla conosce bene l'argomento. Secondo, si serve della propria ragione per confermare la posizione della fonte autorevole, seguendo ragionamenti logici e se necessario fornendo dati e prove. Terzo – facoltativo ma auspicabile – la persona attinge a più fonti autorevoli e non a una soltanto, poiché ciò rafforza ulteriormente la sua posizione. Se lo dice uno scienziato, benissimo, ma se lo dicono una dozzina, è ancora meglio. Lo stesso si può applicare in ambito medico, letterario, bellico o qualsiasi altro campo dello scibile umano. Purtroppo però, come ho anticipato, anche in questo caso l'ipse dixit non è un metodo che si dovrebbe seguire, in quanto specioso. Ciò non soltanto perché anche più individui possono sbagliare in buona fede, ma perché nel peggiore dei casi potrebbero essere stati “comprati” per mantenere un'unica linea di pensiero. A mio avviso, occorre quindi evitarlo in toto.

Quindi perché “dittatura” dell'ipse dixit? Semplice… quando si utilizza tale formula a livello istituzionale – proponendo i Pitagora e gli Aristotele della situazione come infallibili – ogni dibattito diventa non solo impossibile, ma vietato dall'autorità stessa. Chiunque non si adegui all'ipse dixit calato dall'alto – che genera ciò che alcuni chiamano “pensiero unico” o “mente alveare” – diventa un ignorante, un “complottista” o persino un pericoloso pazzo. In sintesi, diviene un “nemico della società”. Con questa metodologia è possibile – oliando i giusti ingranaggi – spacciare assurde bestialità come il frutto della “scienza” senza che la gente ignorante – che si limita ad applicare ciecamente l'ipse dixit – si ponga domande. Anche perché, chiunque se le ponesse finirebbe in un vero e proprio tritacarne sociale, a prescindere da quanto possa essere illustre.

Giungiamo alla conclusione. Esiste però un punto d'incontro a dir poco mefistofelico tra questi due atteggiamenti all'apparenza così diversi e antitetici: gli ignoranti tuttologi e gli ignoranti dell'ipse dixit. Cosa succede quando la prima categoria, invece di sparare nozioni a caso, si serve dell'ipse dixit come la seconda per legittimare le sue posizioni, magari senza mai aver aperto un libro sull'argomento in questione?

Amici miei, la risposta è semplice: si ha la morte di duemila anni di logica aristotelica e la distruzione del pensiero critico. Se invece – peggio ancora – a fare ciò è chi si trova in posizioni apicali della società e, pur sapendo perfettamente di mentire prosegue nella sua vile opera, tale formula diventa, come da titolo, la dittatura dell'ipse dixit.


martedì 19 settembre 2023

Sono ancora vivo!

Torno con qualche aggiornamento dopo una lunghissima assenza (dovuta principalmente alla pigrizia e ad altri impegni).
Anzitutto, il mio racconto cyberpunk Neo Babylon - finalista nell'edizione n. 63 del NeroPremio - è stato inserito in un'antologia gratuita intitolata: Una vita minerale. Potete scaricare l'e-book qui. Mi spiace soltanto che non sia la versione più aggiornata, in quanto ho ulteriormente rifinito il brano che ora è nella sua versione definitiva.
Per quanto riguarda Discesa nelle tenebre, il mio racconto horror si è piazzato al terzo posto nell'edizione n. 70 del NeroPremio e sarà inserito in una futura raccolta, edita da Silele Edizioni.
C'è poi un'altra realtà letteraria della quale sono entrato a far parte di recente: si tratta del gruppo ufficiale di Lovecraft Italia, gestito da e per i più grandi appassionati ed estimatori del Solitario di Providence. Abbiamo cominciato a sviluppare un'idea di universo narrativo condiviso simile ai "Miti di Cthulhu" del Maestro, ma con una nostra cosmogonia, pur restando sempre nella tradizione dell'horror/weird e del neogotico (e senza disdegnare eventuali incursioni nel fantasy stile Howard). Nel mese di novembre dovrebbe uscire (salvo imprevisti) il terzo volume della raccolta Strani Aeoni, edita da Colomò Editore, che conterrà il mio racconto horror/weird Sulle tracce di J.P. Kane.
Per quanto riguarda il mio progetto più importante, la trilogia di Dèi e uomini - che ha subito parecchi ritardi - spero di poter comunicare qualche novità editoriale nel corso dei prossimi mesi. Nel frattempo non ho grattato la pancia ai macachi, né pettinato le bambole: nei tre anni passati dalla fine della prima stesura ho spinto all'estremo il labor limae e ho perfezionato il romanzo al meglio delle mie capacità. Oltre a ciò, qualche mese fa ho terminato la prima stesura del secondo volume, che però richiederà ancora molto lavoro in termini di revisioni. In parallelo ho inoltre completato tutte le mappe del mondo della trilogia (incluse le regioni relative al terzo libro).
Conto di iniziare la stesura dell'ultimo volume l'anno venturo, anche perché mille altri progetti più o meno entusiasmanti mi affollano la testa, e non vedo l'ora di concretizzarli tutti.
Alla prossima!



M.G.


venerdì 8 aprile 2022

Un rapido aggiornamento

 Su Amazon è disponibile "Figlio del tuono", un'antologia che raccoglie i migliori racconti delle edizioni dalla 60 alla 62 del concorso NeroPremio, e che contiene una versione ridotta di un mio vecchio racconto post-apocalittico intitolato "Lacrime e pioggia".


Potete trovare la raccolta qui. Non sono sparito. Alla prossima!

domenica 12 settembre 2021

Il Giappone e il cyberpunk

È doveroso aprire questo breve saggio citando uno dei fondatori di tale sottogenere della fantascienza, William Gibson: «Il Giappone moderno era semplicemente cyberpunk. I giapponesi stessi lo sapevano e ne erano deliziati. Ricordo il mio primo assaggio di Shibuya, quando uno dei giovani giornalisti di Tokyo che mi aveva portato lì, il suo viso inzuppato nella luce di mille soli dei media – tutte quelle imponenti strisce di informazioni commerciali – disse: “Vedi? Vedi? È la città di Blade Runner”. E lo era. Lo era così palesemente». 

Ciò che risulta più interessante è che il cyberpunk giapponese non nacque in risposta allo stimolo occidentale, quanto piuttosto in parallelo e in maniera del tutto indipendente nei primi anni ottanta, principalmente nei circuiti di cinema underground. Si ritiene infatti Bakuretsu toshi (1982) di Sougo Ishii la pellicola iniziatrice del genere, sebbene la vera codifica del genere giunse con Tetsuo (1989), di Shin'ya Tsukamoto. 

Il cyberpunk giapponese delle origini comprendeva di solito tra i temi ricorrenti la mutazione, la tecnologia, la disumanizzazione, la repressione e la devianza sessuale. Fu soltanto col suo approdo all'interno di opere tipicamente nipponiche, come manga e anime, che esso subì una certa evoluzione, purtuttavia mantenendo i punti di contatto con il suo corrispettivo occidentale. Ed è qui il nocciolo della questione: il cyberpunk si è evoluto in occidente così come in oriente più o meno allo stesso modo, presentando spesso elementi, tematiche e situazioni comuni, questo anche prima che l'uno influenzasse l'altro. Da ciò si può quindi dedurre che il cyberpunk si basi su una visione futuristica del mondo condivisa, e la ricezione positiva di pubblico e critica delle opere nipponiche nel resto del globo non fa che confermare tale tesi. 

Il suo debutto nel mondo dell'animazione in Giappone avvenne prima con Akira (1982), seguito (fra i più celebri) nel corso di un trentennio, da Ghost in the Shell (1989), Battle Angel Alita (1990), Neon Genesis Evangelion (1995), Cowboy Bebop (1997) e infine Psycho-Pass (2012). Da alcune di queste opere sono state tratte pellicole cinematografiche (come Ghost in the Shell di Rupert Sanders del 2017 e Alita – Angelo della battaglia di Robert Rodriguez, del 2019) e persino videogiochi. 

Ciò che ha reso preziosa la produzione nipponica è la sua duttilità, poiché riesce a toccare le questioni più disparate: in Alita (e ancora di più in Ghost in the Shell ) si esplorano tematiche come il rapporto tra la mente e il suo involucro; l'unione tra umano e artificiale e la natura dei sentimenti e dell'anima. Temi affrontati anche da un videogioco canadese del 2011, Deus Ex: Human Revolution, nel quale la domanda filosofica che ci si pone è: cosa ci rende davvero umani e quando si cessa di essere tali? 

Per contro, Cowboy Bebop è un anime che si compone di molti tasselli comuni al cyberpunk, pur senza concentrarsi nello specifico su nessuno di essi. C'è Ed, una piccola hacker di talento, Faye, la donna senza memoria, che simboleggia il legame con il passato; Jet, che ha cercato di costruirsi dei nuovi valori perché deluso da quelli tradizionali. Infine Spike, un uomo in guerra con se stesso e alla ricerca di un'unica risposta e di una sola donna in tutto il sistema solare. Tra il degrado delle colonie e la miseria della vita, ci si prospetta un universo narrativo dominato da espedienti e dalla criminalità, così come da ecoterroristi e sette religiose New Age. I protagonisti si muovono su uno sfondo dalle mille sfaccettature mai banale, complice anche la scelta di presentare molti episodi come storie indipendenti e drammatiche. 

Psycho-Pass infine, è nato dal genio di Gen Urobuchi, noto anche per i celebri Puella Magi Madoka Magica e Fate/Zero. Se Cowboy Bebop presenta un'ambientazione spaziale tra Marte e i satelliti gioviani che contiene una forte pastiche, Psycho-Pass sceglie invece di concentrarsi sui drammi di una società orwelliana dominata dal sistema Sibyl; esso calcola il coefficiente di criminalità delle persone, divenendo a tutti gli effetti un valido metodo di controllo e repressione delle masse. Tra i temi portanti vi sono infatti la legittimità del sistema stesso, la sua interferenza con il libero arbitrio del singolo e il rapporto tra i benefici e il prezzo che esso comporta. 

In conclusione, pur mantenendo una propria identità stilistica e concettuale che si è evoluta negli ultimi quarant'anni, il cyberpunk nipponico è indiscutibilmente legato a doppio filo a quello occidentale; è segno forse che la visione del futuro, nonché i sogni e le paure dell'umanità tra distopia, tecnologia e digitalizzazione, sono universali e condivise molto più strettamente di quanto non si pensi.


sabato 5 giugno 2021

Turpiloquio: contro il buonismo becero e il politicamente corretto

 Prendendo spunto da una discussione nata sul forum per scrittura che frequento, Inchiostro diVerso, oggi vi propongo il mio intervento in merito in quel thread, anche perché si tratta di un tema che mi sta molto a cuore: la libertà di espressione e il linguaggio.


Io la penso esattamente come Stephen King in merito: il turpiloquio ha un suo uso come qualsiasi altra forma espressiva, purché appunto abbia un suo scopo, che sia chiaramente manifesto o tra le righe. Conferisce colore e personalità a un testo, a prescindere dal suo genere e dalla sua natura.

Per quanto mi riguarda, il turpiloquio è necessario per conferire realismo e per caratterizzare i personaggi. Quale autore sano di mente farebbe dire a un mafioso "cavolo" o "poffarbacco!"? Solo uno disonesto o un imbecille.
King stesso è un grande esempio in quanto è stato spesso bersaglio della critica proprio per le libertà che si è sempre preso. Ci sono esempi razzisti ("Non ci prendono bene i musi neri da queste parti"), o semplicemente volgari perché il personaggio era volgare ed era giusto così ("Scendiamo da questa cazzo di Dodge").

In ultimo, ricordo che persino la mia professoressa di spagnolo madrelingua al liceo sosteneva che il metodo più facile e rapido per cominciare a familiarizzare con una lingua sia di imparare le "parolacce". Infatti ce ne insegnò diverse in spagnolo proprio al primo anno! Ne imparai anche qualcuna dal nostro professore di latino, come "Filius mater ignota" e il classico senza tempo "Caput mentole". 

In conclusione, anche nel parlato di tutti i giorni le uso spesso per rafforzare concetti e non mi faccio alcun problema a scriverne, sempre con cognizione di causa. Tra l'altro si possono esprimere gli stessi concetti anche senza suonare volgari ("Lei è un pezzo di materia fecale dotato di locomozione", questa è mia), ma non sempre suonare aulici nelle offese è ciò che fa al caso nostro in un testo di narrativa.
Senza nulla togliere a coloro cui non piace usare il turpiloquio, vorrei fare un parallelo con uno sviluppatore di giochi hentai (erotici) che conosco: una volta su discord parlando della tematica del sesso come tabù nella società odierna, asserì che esso può essere uno strumento narrativo importante tanto quanto gli altri e dovrebbe avere pari dignità. Nello specifico disse che, nel suo ambito (quello videoludico, dove il sesso è tabù molto più che nei film eccetto nei giochi per adulti), c'è una bella differenza tra l'avere la possibilità di inserire il sesso se si vuole e il non averne la possibilità perché si verrebbe censurati. Affermava che si perde l'occasione di aggiungere un altro strato alla narrazione.

Tutto questo per dire che sono perfettamente d'accordo e che lo stesso, identico discorso si può fare per il turpiloquio. La società è troppo moralista e bigotta per i miei gusti, lo è sempre stata da quando sono entrato nell'adolescenza, ma con gli anni l'esperienza non ha fatto altro che rendermi sempre più intollerante verso tutti questi atteggiamenti buonisti o di politicamente corretto. La stessa parola "negro", censurata e demonizzata ovunque, si ritrova in spagnolo, "nigro" che significa letteralmente "nero", così come "nigrum" in latino. L'accezione razzista è arrivata solo in tempi relativamente recenti, in particolare nell'America degli anni '60. King stesso affronta questa tematica nella sua saga "La Torre Nera", dove uno dei personaggi principali, Susannah/Detta/Odetta è una nera degli anni '60, durante i quali gli afroamericani esecravano espressioni come "nero" o "di colore" e si sentivano orgogliosi nel chiamarsi "negri" loro stessi. Ciò che si dovrebbe demonizzare, a parer mio, non è la parola in sé, ma l'uso che se ne fa. Esattamente come non è un'arma a uccidere, ma chi la impugna. Mi batterò sempre per questo.

Avrei da spendere due paroline anche su quelle indefesse femministe italiane che ultimamente sono riuscite a vincere la loro crociata e a far rimuovere dalla Treccani alcune espressioni associate alla donna che secondo loro sono "misogine", come "cagna". Ecco, qui vale il medesimo discorso. Io stesso ho usato un paio di volte questo termine in un mio romanzo, e con cognizione di causa (in un caso è una donna che rivolge l'epiteto a un'altra donna, nel secondo è un uomo), ma ciò non significa che io sia misogino. Semplicemente, la situazione lo richiedeva per essere realistica ed esprimere l'odio che i personaggi in questione provavano gli uni per gli altri. Si può dire che anche il dialogo scurrile possa far parte in un certo senso dello "show don't tell", mostrando al lettore delle emozioni senza dovergliele spiegare. 

Inoltre, Robert E. Howard usava a iosa l'epiteto "cane" nei suoi racconti di Conan il Barbaro circa un secolo fa... a questo punto è lecito domandarsi: perché le femministe si battono per la parità di diritti e di trattamento, ma poi vogliono anche un trattamento di riguardo? Allora rimuoviamo anche la declinazione al maschile come offesa. Scusate eh, ma io disprezzo in egual misura sia i maschilisti che le femministe, entrambi parte di un unico insieme: quello degli imbecilli. Non vedo perché la mia lingua (o qualsiasi altra se per questo) dovrebbe venire sistematicamente stuprata (posso usare questo termine in senso figurato? Grazie!) a causa di una minoranza di persone che vogliono imporre le loro idee al prossimo.
In sostanza, questo politicamente corretto a tutti i costi secondo me rischia un giorno di pregiudicare perfino la ricchezza del nostro lessico e la libertà di espressione. Chissà, magari un domani persino la satira sarà illegale... c'è molto su cui riflettere, a parer mio.