sabato 5 giugno 2021

Turpiloquio: contro il buonismo becero e il politicamente corretto

 Prendendo spunto da una discussione nata sul forum per scrittura che frequento, Inchiostro diVerso, oggi vi propongo il mio intervento in merito in quel thread, anche perché si tratta di un tema che mi sta molto a cuore: la libertà di espressione e il linguaggio.


Io la penso esattamente come Stephen King in merito: il turpiloquio ha un suo uso come qualsiasi altra forma espressiva, purché appunto abbia un suo scopo, che sia chiaramente manifesto o tra le righe. Conferisce colore e personalità a un testo, a prescindere dal suo genere e dalla sua natura.

Per quanto mi riguarda, il turpiloquio è necessario per conferire realismo e per caratterizzare i personaggi. Quale autore sano di mente farebbe dire a un mafioso "cavolo" o "poffarbacco!"? Solo uno disonesto o un imbecille.
King stesso è un grande esempio in quanto è stato spesso bersaglio della critica proprio per le libertà che si è sempre preso. Ci sono esempi razzisti ("Non ci prendono bene i musi neri da queste parti"), o semplicemente volgari perché il personaggio era volgare ed era giusto così ("Scendiamo da questa cazzo di Dodge").

In ultimo, ricordo che persino la mia professoressa di spagnolo madrelingua al liceo sosteneva che il metodo più facile e rapido per cominciare a familiarizzare con una lingua sia di imparare le "parolacce". Infatti ce ne insegnò diverse in spagnolo proprio al primo anno! Ne imparai anche qualcuna dal nostro professore di latino, come "Filius mater ignota" e il classico senza tempo "Caput mentole". 

In conclusione, anche nel parlato di tutti i giorni le uso spesso per rafforzare concetti e non mi faccio alcun problema a scriverne, sempre con cognizione di causa. Tra l'altro si possono esprimere gli stessi concetti anche senza suonare volgari ("Lei è un pezzo di materia fecale dotato di locomozione", questa è mia), ma non sempre suonare aulici nelle offese è ciò che fa al caso nostro in un testo di narrativa.
Senza nulla togliere a coloro cui non piace usare il turpiloquio, vorrei fare un parallelo con uno sviluppatore di giochi hentai (erotici) che conosco: una volta su discord parlando della tematica del sesso come tabù nella società odierna, asserì che esso può essere uno strumento narrativo importante tanto quanto gli altri e dovrebbe avere pari dignità. Nello specifico disse che, nel suo ambito (quello videoludico, dove il sesso è tabù molto più che nei film eccetto nei giochi per adulti), c'è una bella differenza tra l'avere la possibilità di inserire il sesso se si vuole e il non averne la possibilità perché si verrebbe censurati. Affermava che si perde l'occasione di aggiungere un altro strato alla narrazione.

Tutto questo per dire che sono perfettamente d'accordo e che lo stesso, identico discorso si può fare per il turpiloquio. La società è troppo moralista e bigotta per i miei gusti, lo è sempre stata da quando sono entrato nell'adolescenza, ma con gli anni l'esperienza non ha fatto altro che rendermi sempre più intollerante verso tutti questi atteggiamenti buonisti o di politicamente corretto. La stessa parola "negro", censurata e demonizzata ovunque, si ritrova in spagnolo, "nigro" che significa letteralmente "nero", così come "nigrum" in latino. L'accezione razzista è arrivata solo in tempi relativamente recenti, in particolare nell'America degli anni '60. King stesso affronta questa tematica nella sua saga "La Torre Nera", dove uno dei personaggi principali, Susannah/Detta/Odetta è una nera degli anni '60, durante i quali gli afroamericani esecravano espressioni come "nero" o "di colore" e si sentivano orgogliosi nel chiamarsi "negri" loro stessi. Ciò che si dovrebbe demonizzare, a parer mio, non è la parola in sé, ma l'uso che se ne fa. Esattamente come non è un'arma a uccidere, ma chi la impugna. Mi batterò sempre per questo.

Avrei da spendere due paroline anche su quelle indefesse femministe italiane che ultimamente sono riuscite a vincere la loro crociata e a far rimuovere dalla Treccani alcune espressioni associate alla donna che secondo loro sono "misogine", come "cagna". Ecco, qui vale il medesimo discorso. Io stesso ho usato un paio di volte questo termine in un mio romanzo, e con cognizione di causa (in un caso è una donna che rivolge l'epiteto a un'altra donna, nel secondo è un uomo), ma ciò non significa che io sia misogino. Semplicemente, la situazione lo richiedeva per essere realistica ed esprimere l'odio che i personaggi in questione provavano gli uni per gli altri. Si può dire che anche il dialogo scurrile possa far parte in un certo senso dello "show don't tell", mostrando al lettore delle emozioni senza dovergliele spiegare. 

Inoltre, Robert E. Howard usava a iosa l'epiteto "cane" nei suoi racconti di Conan il Barbaro circa un secolo fa... a questo punto è lecito domandarsi: perché le femministe si battono per la parità di diritti e di trattamento, ma poi vogliono anche un trattamento di riguardo? Allora rimuoviamo anche la declinazione al maschile come offesa. Scusate eh, ma io disprezzo in egual misura sia i maschilisti che le femministe, entrambi parte di un unico insieme: quello degli imbecilli. Non vedo perché la mia lingua (o qualsiasi altra se per questo) dovrebbe venire sistematicamente stuprata (posso usare questo termine in senso figurato? Grazie!) a causa di una minoranza di persone che vogliono imporre le loro idee al prossimo.
In sostanza, questo politicamente corretto a tutti i costi secondo me rischia un giorno di pregiudicare perfino la ricchezza del nostro lessico e la libertà di espressione. Chissà, magari un domani persino la satira sarà illegale... c'è molto su cui riflettere, a parer mio.

giovedì 20 maggio 2021

Addio, maestro Miura...

 

L'indimenticabile Squadra dei Falchi


Da dove cominciare quando si parla di un grande uomo, un grande artista, che però non si è mai conosciuto se non attraverso il suo lavoro? Un'impresa difficile, ma alla quale non posso sottrarmi in alcun modo, avendo un debito nei suoi confronti. Solo stamani, due settimane dopo il fatto, mi è giunta la notizia della morte del celebre mangaka e creatore di Berserk, il 6 Maggio 2021, il quale lascia il suo magnum opus incompleto e un grande vuoto nel cuore di tutti i suoi fan nel mondo. Un evento triste che anni fa accadde anche alla morte di Robert Jordan, ma grazie a Brandon Sanderson i lettori riuscirono a vedere la conclusione della celebre saga fantasy "La Ruota del Tempo". Sarà anche il caso di Berserk? Credo che tutti i suoi fan se lo auspichino, sebbene nell'arte figurativa del disegno vi siano più complicazioni rispetto alla letteratura.

Berserk fu serializzato per la prima volta in Giappone, neanche a farlo apposta, nel 1989 (anno di nascita del sottoscritto, come fosse un segno), ma giunse in Italia soltanto nel 1996. Il mio personale rapporto con l'opera iniziò a causa di mio fratello maggiore che all'epoca la seguiva e, all'età di 15 anni, cominciai a mia volta a leggerlo e ne rimasi stregato. Io non ho mai conosciuto l'uomo dietro ai disegni, ma posso dire di aver conosciuto intimamente l'artista attraverso di essi, ed egli mi ha influenzato molto (forse quanto degli scrittori veri e propri) negli anni della mia formazione e oltre.

Il manga (o fumetto), racconta le vicende di Gatsu (reso in inglese come Guts), un bambino che una compagnia di mercenari trova sotto l'albero al quale è impiccata la madre. I vagiti suonano come un inno alla vita, in contrasto con la morte che circonda il nuovo nato, e il piccolo viene cresciuto e addestrato a combattere fin dalla più tenera età. Nato dalla morte e come tale a essa più vicino di chiunque altro, Gatsu vivrà una vita cruda e difficile che temprerà il suo carattere. Senza narrare tutte le vicissitudini di una storia che potrebbe restare priva di conclusione, vorrei spendere due parole su ciò che mi ha sempre colpito dell'opera e di Miura stesso, spingendomi a considerarlo uno dei più grandi mangaka di tutti i tempi.

Contrariamente alla maggior parte dei disegnatori nipponici, Miura scelse di rappresentare un mondo dark fantasy profondamente ispirato al Medioevo europeo, seppur calcando la mano sul lato violento e oscuro e dipingendolo come esageratamente oscurantista. Al di là dell'immensa perizia dimostrata nei disegni (specie quand'era più giovane) e dell'ambientazione di forte stampo occidentale, ciò che ha contribuito in larga misura a rendere la sua opera grande sono i contenuti. Mentre molti mangaka e fumettisti, seppur bravi, sono pur sempre "solo" disegnatori (come Yoshiro Togashi o il celebre Akira Toriyama), Miura possedeva quel qualcosa in più che lo elevava. Di cosa si tratta? Semplice, la vena autoriale. Un parallelo simile si può tracciare con Hideo Kojima nel mondo dei videogiochi: non è "solo" uno sviluppatore ma anche uno scrittore. Si potrebbero fare esempi anche in ambito cinematografico o musicale, ma credo di aver reso l'idea.



Gatsu nell'arco della Squadra dei Falchi


L'autorialità non è qualcosa che si impara, a mio avviso, ma qualcosa che o si possiede o non si possiede; potreste vederla come un aspetto del talento. Al di là degli innumerevoli simbolismi a cui Berserk ci ha abituato, più o meno palesi (rimandi a Odino, Tyr, ai sette peccati capitali...), vi sono anche molte tematiche che si riscontrano nel corso della storia. La concezione del libero arbitrio come illusorio, la violenza come motore che muove il mondo, lo scontro tra la fede nuova e la vecchia (penso qui al rapporto tra i chierici e la strega Shilke); l'idealismo di un mondo perfetto asservito alle ambizioni di un solo uomo, e così via. 

Vi è una crescita marcata nei personaggi più importanti (enorme se paragonata a molti altri fumetti), vi sono pathos e piccoli momenti di lirismo, quasi filosofici, che finiscono per guarnire una torta di carne e sangue. Al contrario di molte opere, Berserk non propone una violenza gratuita ma, come accade nelle opere migliori, ha un motivo di essere ed è spesso sia fonte di determinazione che di disperazione per i personaggi. Dà loro motivazione, li spinge a interrogarsi sul perchè il mondo è così crudele, su come si possa opporsi a esso se non contrapponendo alla violenza altra violenza. In tutto ciò però, Miura riesce anche di tanto in tanto a farci sorridere, senza dimenticare un lato leggero, in genere portato avanti dall'elfo Pak (o Puck) e dal giovane Isidoro. 

Dopo questa doverosa premessa, giungo al come Berserk sia stato nel corso degli anni (e ancora sia) per me fonte di ispirazione. Fin da ragazzino non ho mai avuto una vita facile e, sorvolando sugli episodi personali, rivedevo molto di me stesso in Gatsu e nella sua solitudine. Oltre a ciò, l'opera acuì il fascino che già provavo per l'epoca medioevale e il fantasy e mi spinse, a 15 anni, a produrre uno dei miei primissimi manoscritti (che conservo ancora da qualche parte). Il protagonista ricordava un po' me e un po' Gatsu e "Il Cavaliere Nero" fu quella che ancora oggi considero la mia prima storia importante. La scrissi in un periodo davvero buio, nel quale andai anche in depressione e mi fermai a tanto così dal suicidio, un attimo di lucida follia adolescenziale che non scorderò mai. 

Berserk mi fornì quindi l'ispirazione per creare un mondo simile a quello di Miura, tragico e violento, desolato, che rappresentava in un certo senso il modo in cui vedevo la mia vita; si trattò anche di una valvola di sfogo che mi evitò di impazzire e abbandonarmi alla disperazione. Scrivere quel romanzo acerbo (anche se allora non potevo saperlo), fu un po' come spurgare una ferita infetta e lasciar uscire tutto il male che vi si era accumulato. Non so se avrei scritto la medesima storia senza Berserk ma mi piace pensare che, anche se sempre cupa, sarebbe stata certamente diversa.

Negli anni mi cimentai in vari romanzi di formazione nell'ambito di un fantasy più tradizionale (feci anche una breve escursione nella fantascienza). Ora che sono giunto a una maturità stilistica e intellettuale sufficiente però, ho creato un nuovo mondo e un nuovo cavaliere nero come protagonista, stavolta tutto mio, che forse il grande mangaka avrebbe apprezzato: una saga dark fantasy a cui ho accennato più volte nel blog, dal titolo "Dèi e uomini". Sono tornato quindi alle origini, come un figliol prodigo, producendo al meglio delle mie capacità ciò che amo di più. E sebbene Miura sia stato un fumettista, come ho detto era nel profondo anche uno scrittore e, come lui, spero un giorno di poter dare anch'io il mio contributo (per quanto modesto) al genere dark fantasy e a renderlo grande.

Grazie di tutto, maestro Miura. Quando ci vedremo dall'altra parte, ti chiederò di raccontarmi il finale della tua storia...


Artwork di AnatoFinnstark ("Guts: Beast of Darkness)

 


domenica 16 maggio 2021

Rapido aggiornamento

 A causa di questioni personali di alcuni membri dello staff di Chiacchiere Letterarie, l'uscita del terzo numero della rivista è stato spostato a dopo l'estate... nel frattempo ho pubblicato in anteprima il racconto cyberpunk che avevo preparato per la rivista, "New Babylon", sul forum di Inchiostro diVerso (trovate il collegamento tra i link utili sul lato destro della pagina). Spero di invogliarvi a frequentare il forum... e magari a leggere qualche mio lavoro! 😁 

domenica 18 aprile 2021

Ritorno dall'oltretomba!

 Sì, sono ancora vivo, mi spiace di essere stato assente per tanti mesi, ma un po' per mancanza di idee stimolanti per nuovi post, un po' per mancanza di novità personali, un po' anche per pigrizia, ho finito per non aggiornare il blog. Mea culpa. Ma finalmente balzo fuori dalla cripta come Zio Tibia con delle novità!


Lo so, non è Halloween, ma mi piaceva l'immagine

Anzitutto, il mio romanzo dark fantasy "Dèi e uomini: gli Akvar", è in fase di beta reading e spero, entro un mese, di ricevere il feedback necessario per un'ulteriore revisione. Dopodiché invierò il testo a un editore importante e incrocerò le dita. Se non dovessi avere fortuna, proverò con altri sperando di ricevere una risposta.

Per quanto riguarda invece la rivista gratuita online con la quale ho iniziato a collaborare come editor l'ottobre scorso, il terzo numero è in uscita a fine maggio. Il tema, il cyberpunk. Sto lavorando proprio in questi giorni a del contenuto (un racconto e un saggio) che potrebbero fare la loro comparsa nella rivista. Dico potrebbero perché il cyberpunk è un sottogenere con il quale non mi ero mai misurato prima, perciò non so se effettivamente me la caverò abbastanza bene da creare qualcosa di un certo livello qualitativo (io penso di sì, ma è noto che in questi casi non si può mai essere obiettivi al cento per cento).

"Alla prossima, mie repellenti creaturine!"

mercoledì 25 novembre 2020

Geralt di Rivia: pecche e pregi della saga dello strigo

 Geralt di Rivia: pecche e pregi della saga dello strigo


Henry Cavill nel ruolo di Geralt di Rivia

Parecchi mesi fa ho terminato di leggere l'ultimo libro della celebre saga dell'autore polacco Andrzej Sapkowski, ma per un motivo o per un altro, non avevo pensato di scrivere un post a riguardo sul blog. Tenete presente che si tratterà come sempre di una lettura priva di spoiler legati alla trama.

Occorre anzitutto fare una breve premessa:

Nonostante si tratti di un'opera che risale agli anni Novanta, quand'ero ragazzino, la scoprii solo nove anni fa per vie trasverse. Come avrete capito da alcuni miei post precedenti, oltre alla letteratura ho svariati altri interessi, tra cui anime, videogiochi e film. Scoprii la saga di Geralt con l'uscita del secondo capitolo del videogioco basato sullo strigo, su Xbox 360, The Witcher 2: Assassins of Kings. Il primo gioco era uscito solo su PC ed era pertanto un prodotto noto perlopiù ai fan o a chi si era imbattuto in esso per puro caso. Decisi comunque di dargli una possibilità e lo comprai di seconda mano per Natale. 

Il gioco in sé non mi piacque a livello ludico per via di alcune scelte degli sviluppatori e altre pecche piuttosto evidenti (senza addentrarmi in una recensione di cui sarei benissimo capace ma che esulerebbe dal tema del post), ma ne apprezzai moltissimo la storia, i personaggi e il world building. Ora, occorre fare un salto in avanti di sei o sette anni, quando uscì il terzo capitolo su PS4. Decisi di dargli un'altra possibilità in quanto tutti ne parlavano bene, e non me ne pentii, perché mi piacque moltissimo, nonostante avesse ancora diverse pecche che si sarebbero potute limare. 

A questo punto ero già a conoscenza dell'esistenza dei racconti e dei romanzi di Sapkowski sui quali si basava il gioco, ma non avevo ancora avuto modo di leggerli. Guardai poi la prima stagione della serie TV e solo allora recuperai finalmente tutti i libri dedicati allo strigo. Che cosa ha a che fare il mio rapporto con i videogiochi e la serie TV con i romanzi? Be', tutto, dato che la mia critica parte proprio da lì: si tratta di uno dei rari casi in cui oso affermare che le creazioni derivate sono (almeno in certa misura e sotto certi aspetti) migliori dell'opera originale. Il fatto che Sapkowski stesso abbia asserito di non provare molto interesse per le opere ispirate alla sua (e di non averne nemmeno fruito), la dice lunga sulla sua spocchia... inutile dire che leggere una sola intervista all'autore mi ha portato a non nutrire per lui grande simpatia. Si tratta di un atteggiamento opposto a quello che uno scrittore, anzi, qualunque artista dovrebbe avere nei confronti di chiunque si sobbarchi il lavoro di dare lustro alla sua opera (o comunque diffonderla). 

Preferisco comunque segnalare prima i pregi della scrittura di Sapkowski, e poi elencare quelli che ho trovato essere i punti carenti dei suoi scritti, i quali mi hanno portato alla mia conclusione.  

1. Le descrizioni 

La parte descrittiva è certamente un grosso punto a favore dell'autore polacco, che si dimostra molto versatile e bravissimo nel mostrare le scene, che si tratti di un semplice bosco durante il viaggio, di una battaglia caotica o di una fortezza buia. In effetti, spesso forse si dilunga un pochino troppo, spezzando a volte il ritmo della narrazione, ma è qualcosa di perdonabile, dato che Sapkowski sa il fatto suo.

2. I dialoghi 

Il discorso diretto è in linea di massima molto scorrevole in confronto a tanti altri fantasy dalle conversazioni legnose e poco credibili, con molti botta e risposta, tanto che i dialoghi di Sapkowski mi hanno ricordato un po' quelli di Elmore Leonard. C'è poi da segnalare che nei primi volumi a volte i dialoghi procedevano troppo a lungo senza nessun movimento da parte dei personaggi, ma l'autore col tempo ha sopperito a questa mancanza, regalandoci conversazioni in genere ben strutturate.

3. Il world building 

Il mondo costruito dall'autore è eccezionale e - sebbene egli abbia introdotto e menzionato molte creature tratte dalla mitologia classica (draghi, vampiri e grifoni) - ne ha inserite alcune inedite e interessanti, inclusi appunto gli strighi, figure decisamente carismatiche e oscure. Purtroppo, come vedremo nella seconda parte, Sapkowski non ha saputo sfruttare appieno il suo mondo, ed è un vero peccato. Parte del world building è anche la situazione economica, sociale e geopolitica dei regni presi in considerazione dall'autore, e anche qui bisogna prendere atto della sua abilità, ma di nuovo, c'è un rovescio della medaglia di cui parleremo tra poco. I rapporti tra le corone, l'instabilità politica, i tradimenti, abbiamo visto tutto questo anche nelle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di Martin e, seppur tali vicende siano ben narrate e innestate perfettamente, non sono personalmente ciò che mi interessa di più in un fantasy. Sono certamente elementi che contribuiscono alla credibilità del tutto e all'atmosfera generale, ma come dicevano gli antichi, In medio stat virtus.

Veniamo ora a quelle che (almeno secondo me) sono le note dolenti.

1. L'altra faccia del world building

Abbiamo parlato delle grandi potenzialità del mondo creato dall'autore e l'abbiamo visto in positivo, ma c'è un lato oscuro: Sapkowski ha posto troppo l'accento sul lato politico, militare ed economico, trascurando quello magico e sovrannaturale. Al contrario del Trono di Spade infatti, esso dovrebbe essere quantomeno centrale in un'opera che parla di "Congiunzione delle Sfere" per spiegare l'apparizione della magia e delle creature che la popolano, e nella quale il protagonista stesso è un mutante cacciatore di mostri in grado di usare basilari incantesimi e creare pozioni. 

Bene, nel videogioco questi elementi hanno un ruolo piuttosto marcato e vengono investiti della stessa importanza di quelli politici e militari. Viceversa, nei romanzi e racconti, Geralt usa le sue pozioni una manciata di volte nell'intera saga, e si serve dei segni non più di una dozzina di volte nel corso di tutti i racconti e romanzi. Ora, può darsi che, come Martin, Sapkowski sia un fedele "tolkeniano", che vuole relegare l'elemento magico e sovrannaturale al ruolo di tappezzeria (discussione che ho già affrontato sul blog e una pratica con la quale mi trovo in disaccordo). Se è così però, perché ha creato un mondo così zeppo di creature sovrannaturali e scelto come protagonista (che protagonista in realtà non è, ma ne parleremo dopo) un cacciatore di mostri mutante lui stesso? Si tratta, a parer mio, di una contraddizione insanabile, e mi piacerebbe davvero sentire cosa avrebbe da dire l'autore in merito. 

Lo stesso Geralt, che dovrebbe cacciare mostri per guadagnarsi da vivere, nel libro passa più tempo in prigioni, o a vagabondare alla ricerca di Cirilla, che appunto a svolgere il suo lavoro di strigo. Per quanto mi riguarda, la presenza di davvero troppe poche scene con creature sovrannaturali è stata una grossa delusione, così come lo è stata la scelta di relegare tutte le informazioni sugli strighi in secondo piano, menzionandole di sfuggita come se non fossero importanti. E ancora, ci sono dozzine di mostri e creature che a volte vengono nominati e non appaiono mai, neppure nei racconti più secondari delle raccolte. Come avevo anticipato prima, un vero spreco per un world building che aveva delle potenzialità enormi. Ed è per questo che ritengo il videogioco sia più affascinante dell'opera originale: in esso, trovano posto dozzine di mostri partoriti dalla mente dell'autore che perfino sulle pagine non hanno mai avuto l'onore di comparire se non menzionati di sfuggita, e si parla senza reticenza alcuna di argomenti interessanti come la trasformazione in strighi.


2. I personaggi

Veniamo al secondo, grosso punto dolente della saga del witcher. Anzitutto, devo dire che la mancanza di Sapkowski in questo caso deriva da una sua precisa scelta, che non condividerò mai, neanche morto. L'autore ha scelto di eliminare il flusso di coscienza (adottando la focalizzazione zero, mentre io utilizzo quella interna variabile), il che almeno per me, da buon seguace di James Joyce e Virginia Woolf, è qualcosa di impensabile. Lo strumento dello stream of consciousness è ciò che ha permesso alla letteratura moderna di creare dei personaggi tridimensionali e per questo molto più profondi, credibili e ben caratterizzati. Rinunciarvi per qualunque motivo, non può far altro che danneggiarli irrimediabilmente. Se Sapkowski avesse sacrificato solo un po' dello spazio che ha usato per le descrizioni e per gli elementi diplomatici e politici dei suoi scritti per esplorare invece i personaggi (persino se si fosse attenuto alla sua scelta della focalizzazione zero), l'opera ne avrebbe giovato immensamente, a parer mio.

Geralt di Rivia 

Anzitutto, l'autore ha letteralmente sprecato un potenziale tema che avrebbe potuto sviluppare nelle sue opere, che è la discriminazione del protagonista da parte del resto della società. L'ostracismo fa qualche comparsa qua e là, come un folletto, ma è presto dimenticato, e lo scrittore non ha capitalizzato su di esso, né esplorato il passato di Geralt per conferire maggiore profondità al personaggio. Esiste un racconto i cui protagonisti sono i genitori di Geralt: esso narra di come si incontrano e vi è una parte della storia vera e propria in cui si affrontano le origini dello strigo in maniera, a mio avviso, del tutto superficiale e assolutamente deludente. O almeno, da lettore mi sono trovato molto insoddisfatto da questo aspetto. Il tratto distintivo degli strighi poi, secondo cui le loro emozioni diventano molto meno marcate, fino quasi a scomparire, è un'altra cosa che non ho mandato giù a livello di world building perché mi ha sempre dato la netta sensazione che l'autore se la sia inventata per non essere costretto a impegnarsi troppo per caratterizzarlo. Quale che ne sia il motivo, lo strigo ne ha risentito moltissimo, e risulta davvero un personaggio "sbiadito". Non riusciamo nemmeno a capire quali siano le sue convinzioni in merito alla dicotomia tra bene e male, giusto o sbagliato, perché spesso sembra agire a caso, senza alcuna bussola morale o convinzione, né ce le spiega a parole interagendo con altri personaggi (il che sarebbe stato almeno un palliativo data la mancanza di stream of consciousness). Tutt'al più finisce per chiudersi nel suo silenzio da orso e taglia la conversazione... il che potrebbe anche far parte del carattere, ma di certo non aiuta a delineare il personaggio e le sue convinzioni, dato che non abbiamo accesso alla sua mente e ai suoi pensieri. Direi che è ironico notare come il carattere da lupo solitario di Geralt avrebbe invece funzionato se l'autore avesse scelto la focalizzazione interna. Insomma, si tratta di un protagonista spesso bidimensionale che somiglia più a un personaggio secondario.

Yennefer di Vengerberg

Yen è sicuramente meglio riuscita rispetto a Geralt, principalmente perché, mostrando spesso e senza alcuna reticenza le proprie emozioni, ci appare sicuramente più viva e interessante dello strigo. In particolare, ci sono alcuni capitoli in uno dei primi libri, in cui l'autore per una volta si prende il suo tempo per descrivere il rapporto della maga con la sua allieva Ciri, e devo dire che, almeno per quanto riguarda lo sviluppo dei personaggi, è probabilmente la parte migliore della saga in tal senso (forse l'unica assieme al periodo in cui Ciri vive a Kaer Morhen con gli strighi). Yennefer è intransigente, tirannica, narcisista ed egocentrica, e per quanto la si possa a volte disprezzare, talvolta sa anche mostrare nei momenti più critici di tenere davvero sia a Ciri che a Geralt, il che ce la rende più umana. Si tratta, assieme a Ranuncolo, dell'unico personaggio che non ha risentito della discutibile scelta dell'autore di rinunciare alle fasi di stream of consciousness, proprio perché parla e gesticola molto, al contrario di Geralt e di altri personaggi, come se fosse la prima a volerci far sapere come la pensa o cosa prova. Se Sapkowski avesse adottato degli espedienti simili per altri personaggi della saga, avrebbe sicuramente migliorato di molto la loro caratterizzazione. 

La nota negativa però, è che come tutti i personaggi (esclusa Ciri), l'autore non si è disturbato a esplorarne il passato, le motivazioni e le convinzioni in nessun modo, né con flashback o almeno attraverso conversazioni illuminanti che potessero gettare una luce sulla mente della maga. Ed è qui che entra in gioco la serie TV, che invece, spende due interi episodi per narrare le origini e il passato di Yen e di come fosse una ragazza deforme odiata anche dai genitori. Nel libro, c'è un singolo riferimento a Geralt che è in grado (tramite i suoi sensi di strigo) di intravedere la vera Yen e la sua deformità nascosta dalla magia, e sono due righe nell'intera saga. In pratica, nella serie TV hanno fatto quello che avrebbe dovuto fare Sapkowski nelle pagine del suo libro, il che, secondo me, è una mancanza imperdonabile, non importa quanto l'autore in questione sia famoso o bravo. Il retroterra del personaggio e il suo passato vanno esplorati a tutti i costi, prima o poi, nel corso della narrazione (a prescindere dal tipo di focalizzazione adottato). Da lettore lo esigo, da scrittore, preferisco il "poi", perché mi piace che i miei lettori restino affascinati dal mistero dei personaggi, che si sveleranno poco a poco con tutti i loro drammi interiori e i loro traumi. E poi, amo a mia volta "scartarli" poco a poco, come fossero dei gustosi cioccolatini ripieni. I traumi di Geralt e Yen appunto, sono piuttosto grossi, e di nuovo, come per la discriminazione, l'autore avrebbe potuto capitalizzare su tali sofferenze passate per creare pathos e approfondire i personaggi, ma non l'ha fatto. Anche la manifesta sterilità dei due protagonisti assume connotati piuttosto tragici e spesso struggenti che nella serie TV hanno ampio spazio, mentre nei libri vi si allude più volte ma raramente portano a degli sviluppi importanti. Sapkowski allude troppo, come se porgesse un succulento cosciotto di maiale a un morto di fame e poi se lo mangiasse lui. Mostra qualcosa che c'è, ma poi lo tiene in gran parte per sè, e non ne riesco a capire il motivo. 

Cirilla

Siamo giunti a quella che probabilmente è la vera e unica protagonista della saga dello strigo. Sorvolando gli spoiler, posso dire che, come Yen, Cirilla riceve molto amore dallo scrittore, in quanto abbondano le parti che la vedono protagonista, il suo passato viene esplorato in quanto parte di esso effettivamente è legato alla storia. Inoltre, le peripezie vissute dalla ragazza mostrano con efficacia il modo in cui si forgia il suo carattere, attraverso mille difficoltà e rischi. Un qualcosa che è comune e oserei dire necessario per lo sviluppo di qualunque protagonista. Anche il suo modo di reagire al mondo che la circonda e alle difficoltà sono credibili e creano un personaggio ben delineato, che si completa ulteriormente attraverso il suo complesso rapporto quasi materno con Yen e vagamente paterno con Geralt, pur non avendo i tre legami di parentela. E per combinazione, Ciri è proprio colei che possiede quei dialoghi illuminanti che alla maggior parte degli altri personaggi mancano (penso ad esempio al soggiorno della ragazza nella capanna dell'eremita). Caro Sapkowski, a costo di sembrare polemico, devo proprio chiederlo... sarebbe stato così difficile dare pari dignità a tutti i tuoi personaggi, invece di concentrarti solo su tre di loro? Personalmente, avrei voluto saperne di più sul vecchio Vesemir, su Eskel e Lambert, i compagni strighi di Geralt, e su quest'ultimo. Avrei voluto approfondire la conoscenza di Regis, e così via per tanti altri personaggi che non hanno ricevuto il giusto spazio.

Ranuncolo

Ranuncolo (in inglese "Dandelion", ovvero "Dente di Leone"), è l'ultimo del terzetto che comprende i personaggi che possiedono una caratterizzazione superiore alla media, assieme a Yen e a Ciri. Un vero dandy e donnaiolo, si può amare od odiare, ma è innegabile che Ranuncolo rappresenti il lato leggero della serie di The Witcher. Proprio come Yen e Ciri, il suo modo di essere è ben delineato; risulta spesso pittoresco ed enfatico, cozzando molto con il riserbo e la pacatezza di Geralt e creando un buon contrasto, che giova a entrambi ma che alla fine dei conti non riesce a compensare le mancanze dell'autore nei confronti dello strigo. Anche nel suo caso, assenza di stream of consciousness e nessuna esplorazione del suo passato: prima di iniziare a viaggiare con Geralt per scrivere delle ballate a lui ispirate, di Ranuncolo non sappiamo quasi nulla, e tale resta la situazione fin quasi alla fine, quando veniamo a sapere pochissimo delle sue origini, ma nessun altro dettaglio. Nel suo caso tuttavia, essendo agli antipodi rispetto a Geralt, abbiamo però almeno la consolazione di qualche discussione accesa con lo strigo e perfino qualche sfuriata del menestrello, quando non si trova d'accordo con il cacciatore di mostri. 


Ho preso in esame i quattro personaggi centrali della saga, poiché ve ne sono innumerevoli (Philippa, Milva, Regis, ecc.) che ricevono un trattamento persino peggiore dei protagonisti, essendo personaggi secondari. Ma mentre in alcuni casi (come per Philippa) è comprensibile, lo trovo inaccettabile nel caso di Regis, Milva e Cahir (che comunque viaggiano per un certo tempo con Geralt e hanno un ruolo importante verso la fine). Loro secondo me non ricevono tutto lo spazio che meritano proprio perché Sapkowski sembra o incapace o non interessato a scrivere dal loro punto di vista anche solo una misera scena. E anche nei rari casi in cui lo fa, non esplora il loro passato nemmeno per il minimo indispensabile a dar loro un retroterra decente. Per citare Terry Brooks, se inserisci un personaggio o un avvenimento inutile nella tua storia, la avvii su un binario morto. Se entrano a far parte della compagnia, dovranno uscire dalla nicchia dei personaggi secondari e assumere una maggiore importanza, ma non possono farlo soltanto a metà. 

Caso a sé stante è quello di Dijkstra, il capo delle spie della Redania, il quale possiede spesso dei flussi di coscienza e scene in cui il punto di vista è il suo, il che va contro tendenza rispetto al resto della narrazione e risulta stonare soprattutto perchè è un personaggio secondario, e dimostra come, se solo avesse voluto, l'autore avrebbe potuto riservare lo stesso trattamento anche agli altri. Non a caso Dijkstra è il secondario che ho apprezzato di più. Risulta ovvio che non ci sarà mai spazio a sufficienza per tutti, ma allora ritengo sia importante scegliere con più oculatezza quali e quanti personaggi inserire nella propria storia, e se la loro esistenza è giustificata oppure no. Meglio quattro attori in carne e ossa, oppure un centinaio di comparse composte da manichini? Io voto per la prima... e voi?

3. La storia

Parliamoci chiaro: invece di trattarsi della storia di Geralt e Ciri alle prese con qualcosa di grosso, tutto si riduce al vagabondare dei due, che spesso si cercano senza trovarsi, in un andamento frammentario e spesso dispersivo che non sembra avere una struttura ben definita. Si ha l'impressione che gli eventi della vita dei due personaggi siano soltanto un pretesto e che la parte davvero importante sia il conflitto tra i regni in cui si muove lo strigo e l'invasore, Nilfgaard. E, sempre evitando spoiler, posso dire che nella maggior parte dei casi, sembra di leggere un'inconsequenziale serie di eventi e avventure fine a sé stesse, come quelle di Conan il Barbaro. Il che sarebbe stato perfettamente comprensibile e accettabile nel caso in cui lo strigo fosse rimasto, come il personaggio di Howard, il protagonista di racconti brevi. Ma dal momento in cui Sapkowski ha cominciato a scrivere dei romanzi, ci si sarebbe aspettati una storia molto meglio strutturata e ben delineata, considerando anche il gran numero di libri che l'autore polacco si è preso per scriverla. 

Perciò anche la storia mi ha lasciato estremamente insoddisfatto, specie considerato che, come ho accennato prima, contiene ben pochi elementi sovrannaturali e creature, Geralt utilizza molto di rado pozioni o segni, e in ultimo, il finale dell'ultimo libro mi ha lasciato con l'amaro in bocca. Senza entrare nel regno degli spoiler, posso dire che si tratta di quello che io definisco "un finale balordo", che non solo è aperto (il che può essere anche legittimo se lo si scrive bene), ma lascia in sospeso una marea di questioni irrisolte e di domande. Al contrario, il gioco The Witcher 3: The Wild Hunt soddisfa molto di più, con i suoi possibili finali, dell'opera originale, che sembra incompleta. Che ne sarà del rapporto con Nilfgaard? Si riuscirà a risolvere la questione, o scoppierà di nuovo la guerra? E che ne è della Caccia Selvaggia e di Avallac'h? E di Geralt, Yen e Ciri? E degli altri strighi? Non aiuta il fatto che l'ultimo volume uscito sia in realtà un prequel che si ricollega al primo romanzo, mostrando degli eventi antecedenti e concludendosi con un epilogo che invece, in teoria, dovrebbe situarsi dopo il libro precedente. Sapkowski stesso ha detto che forse potrebbe scrivere ancora di Geralt ma, onestamente, ritengo avrebbe dovuto avere quantomeno il buonsenso di dare un finale che non fosse così inconclusivo e insoddisfacente. Se decidesse di non continuare, sarebbe davvero un modo pessimo di chiudere la saga dello strigo.


In conclusione, se Sapkowski ha iniziato la saga con una focalizzazione zero piuttosto rigorosa che è quantomeno una scelta e come tale può essere o meno condivisibile, col proseguire dei volumi ha cominciato a "contaminarsi" con un po' di stream of consciousness qui e qualche riflessione là (soprattutto col personaggio di Ciri negli ultimi volumi) che hanno reso la narrazione un ibrido: nè carne nè pesce. Per me, risulta essere un autore sopravvalutato che non ha mai compiuto il salto qualitativo necessario per passare dalla scrittura di racconti antologici a dei romanzi veri e propri, che richiedono un tipo di approccio ben più strutturato e certosino.
In sintesi, non sono libri scritti male nel loro complesso, ma neanche romanzi fantasy che mi sentirei di raccomandare... soprattutto quando esistono autori meno celebri ma più talentuosi, come Brandon Sanderson.

E voi che ne pensate dei romanzi di Geralt? Li avete letti? Siete rimasti soddisfatti dagli aspetti che non hanno invece convinto il sottoscritto? 


giovedì 12 novembre 2020

Sulla scrittura (Cap. 11: Scrivere in Italia)

 Capitolo XI: Scrivere in Italia

In linea di massima il mondo dell’editoria, a quanto mi è sembrato di capire, non è esente da tutta una serie di magagne che affliggono altri ambiti, come quello lavorativo, politico e calcistico. Specie in Italia. Anche in questo ambiente non mancano favoritismi, clientelismi e ogni sorta di bieca pratica, che lede non solo ai lettori, ma soprattutto agli autori esordienti che meritano davvero una possibilità e che alcuni editori snobbano in favore di chi ha un maggiore “appeal commerciale” o conosce qualcuno ai piani alti (postilla del 2020: ho avuto ulteriore prova di ciò quando anni dopo ho inviato del materiale a una rivista gratuita che pubblica racconti e non si sono degnati nemmeno di rispondere. Uno dei due racconti che inviai era l'Evocazione, che ho pubblicato in seguito. - NDA).

Succede di sicuro anche all’estero, ma ho notato che in altri paesi (ad esempio in America) è più facile che un autore meritevole riesca a trovare la sua strada (penso a Terry Goodkind – oltre 25 milioni di copie vendute) rispetto all'Italia, dove molti esperti del settore scansano spesso gli inediti con ribrezzo o li considerano persino esseri subumani. In America, il “talent scout” è una figura presa molto più sul serio in qualunque ambito, e gli agenti letterari hanno un'importanza di gran lunga maggiore (a essere onesti non so nemmeno se in Italia esistano, in caso affermativo io non ne ho uno).

La stragrande maggioranza degli editori impiega i propri guadagni per stampare un maggior numero di copie di quei pochi autori che sanno venderanno copie garantite, conducendo il mercato in un circolo vizioso nel quale i soldi non verranno quindi (quasi) mai spesi per le “nuove leve”.

Perché rischiare con un nuovo autore di fantasy (per di più nostrano, dove tale genere è sempre stato di nicchia e che si sta riprendendo solo grazie a film e serie tv) quando si hanno a disposizione autori che vendono milioni di copie assicurate (alcuni persino da defunti), come Terry Brooks, George R.R. Martin, Brandon Sanderson, Robert Jordan o Marion Zimmer Bradley? Un simile rischio non ha senso per gli editori, grandi o piccoli. E questo ragionamento non vale solo per il fantasy, badate bene, esso ne è solo l'esempio più eclatante.

Ci sono stati numerosi dibattiti e insinuazioni riguardo all’inatteso successo di Licia Troisi, al suo debutto molti anni fa (no, non ce l'ho con lei, giuro, è solo un esempio troppo ghiotto), una delle poche autrici italiane di fantasy a fare il botto. Stando alle fonti ufficiali, la Troisi spedì alla Mondadori in un malloppo unico la sua prima trilogia, le “Cronache del mondo emerso” che vedono come protagonista Nihal della Terra del Vento. E contro ogni previsione o buonsenso cosa fece la Mondadori? Divise l’opera in una trilogia, avviò una campagna pubblicitaria senza precedenti e la pubblicò senza batter ciglio.

È importante sottolineare che grandi editori come Sperling & Kupfer, la stessa Mondadori, Nord, Fanucci o Bompiani, per citarne alcuni, non pubblicherebbero mai su due piedi un esordiente spendendo tanti soldi in buone copertine, pubblicità a iosa e un grande numero di copie. O almeno, quasi sicuramente non lo farebbero se fossimo io o voi, cari lettori, a inviare un manoscritto. Eppure – anche in altri casi oltre alla Troisi, sebbene meno clamorosi – in realtà a volte succede. Così la gente ha cominciato a mormorare. E a ragion veduta, a mio avviso, considerata la qualità delle prime due trilogie della Troisi e della pentalogia "La Ragazza Drago".

Segue qui sotto una critica al vetriolo all'autrice (potete anche saltarla, ma se volete davvero farvi un'idea dell'orrore che ho provato e di ciò che non va secondo me nei suoi libri, ma soprattutto delle motivazioni dietro la mia amarezza per il suo immeritato successo, allora leggetela). E se pensate che esageri, andatevi a leggere le prime due trilogie del mondo emerso e "La Ragazza Drago"... ma non fatelo da lettori, bensì indossando le "lenti" dello scrittore. Se avete sufficiente esperienza in fatto di scrittura, vi posso assicurare che ben presto vi verranno i capelli dritti.


Al di là dell’essere uno sconosciuto – essere inedito potrebbe anche non avere importanza se si è dei geni – ci troviamo di fronte a un episodio a dir poco sospetto. Specie se si considera la dubbia qualità stilistica dell'autrice. E non sono affatto l'unico a dirlo. Su internet, se volete, potete trovare critici “non ufficiali”, ovvero persone che non lavorano nel panorama editoriale né sono scrittori di professione – si tratta il più delle volte di semplici maniaci della lettura e scrittura creativa – che smontano metodicamente quasi pagina dopo pagina la prima trilogia della Troisi.

Un esempio atroce segnalato da queste persone? Per l’autrice, l’arco non è un’arma che necessita di molta forza per essere usata. Questa, al di fuori del discorso “è un fantasy”, è una bestialità vera e propria. Mio fratello per un periodo praticò tiro con l’arco e mi fece tendere il suo, un semplice arco curvo, di sicuro molto più piccolo dei famosi Longbow inglesi usati in guerra. Il risultato fu che ricordo di aver faticato parecchio per tenderlo senza incoccare nemmeno la freccia. È vero, all’epoca ero un liceale e di costituzione sono tutt’altro che ben piantato, tuttavia è necessario uno sforzo non indifferente per usare un’arma del genere.

Tali persone hanno sottolineato molti aspetti di questo tipo e simili leggerezze si possono ricondurre sia all’editing di Mondadori che a un’ignoranza di fondo dell’autrice. Ed è grave, considerato che la Troisi non è una contadina (con tutto il rispetto per i braccianti naturalmente), bensì un’astrofisica!

Un’altra domanda che mi è sovvenuta – e credo sia lecito porsela – è la seguente: se è appassionata di astronomia e astrofisica, perché scrivere di fantasy – di cui non sa effettivamente una ceppa – invece che di fantascienza? Una delle prime regole dello scrittore è: scrivi ciò che sai. A quanto pare – al di là di usare nomi di stelle per i suoi personaggi – la Troisi ha deciso di ignorare bellamente tale convenzione non scritta, non avendo neppure il buongusto di svolgere un minimo di ricerche.

Per quanto mi riguarda, la mia esperienza principale con il fantasy deriva da giochi come D&D e i suoi derivati elettronici di ruolo, nonché dalla lettura di opere preesistenti che credo abbiano influenzato un paio di generazioni o più (Tolkien, Brooks, Donaldson, Howard e Bradley per citare i più noti). Senza contare i film e la passione persino per opere classiche come “l’Orlando Furioso” di Ludovico Ariosto e per i documentari sul Medioevo.

In ogni caso, non sarò un esperto di tale genere, ma quantomeno ho per esso una passione viscerale e lo conosco a sufficienza da potermi barcamenare in un tipo di narrazione simile senza scrivere eccessive atrocità. E quando tutto ciò non basta, svolgo qualche ricerca un po' più approfondita.

Se poi, all’ignoranza in campo di fantasy della Troisi aggiungiamo la scarsa qualità dello stile e la storia priva di originalità – ma soprattutto di personalità, che a mio avviso è molto più grave –, ecco la trilogia che ha venduto centinaia di migliaia di copie.

Non paga di ciò, l’autrice si è lanciata in altri due mirabolanti archi narrativi nello stesso universo e in altre due saghe distinte: La Ragazza Drago (che ho citato poc'anzi) e I Regni di Nashira (il cui mondo è diviso in quattro stati basati sulle stagioni... che fantasia!), di cui ho letto solo la prima, una pentalogia. La Ragazza Drago, appunto, è quello che io oserei definire uno “urban young pink fantasy”, se tale denominazione si può usare davvero, e stilisticamente non si discosta molto dalla prima trilogia del mondo emerso.

La seconda trilogia del Mondo Emerso viceversa è leggermente migliore (seppur sempre terribile), in quanto ha una protagonista con un background più complesso e interessante; inoltre fa la differenza la figura matura e oscura che è quella del suo maestro Sarnek, che nonostante sia un secondario (e appaia solo in dei flashback) l'autrice dipinge in un modo che sa lasciare il segno meglio di tanti altri personaggi, anche primari.
La storia invece, si innesta sulla saga precedente con un pretesto piuttosto banale e scontato, grazie al quale la Troisi ha potuto tirar fuori un’altra saga dal cilindro senza aggiungere molta sostanza al Mondo Emerso in sé.

Dal punto di vista della prosa, continua l’utilizzo di avverbi davvero inutili, forme passive in sei, sette frasi su dieci e il vizio non solo di “dire invece che mostrare”, ma anche una propensione per il dare implicitamente dello stupido al lettore, con precisazioni superflue quanto mai fuori luogo. È come se Licia cercasse di imboccare chi legge, dicendogli al contempo: “Ti spiego tutto io, dato che non sai ragionare da solo.” E qui ribadisco un concetto cui avevo accennato in precedenza: se scrivi anche per gli adulti, dovresti farti qualche domanda, altrimenti, sono libri che andrebbero venduti per una fascia d’età non di minimo, ma di massimo dodici anni. Prima che qualcuno obietti che sono comunque libri per ragazzi e mi definisca un bacchettone, vi dico: provate a leggere Rick Riordan e la sua decalogia di Percy Jackson, di cui possono fruire anche gli adulti, e paragonatela alle cronache della Troisi. Non c'è partita cari miei... non sono nemmeno nello stesso campo da gioco (per citare Jules in Pulp Fiction).

Un altro difetto delle tre saghe che ho preso in esame (le due trilogie del mondo emerso e la Ragazza Drago) è l’eccessiva importanza data alle relazioni: se si volessero piazzare le vicende sentimentali al centro della storia, si scriverebbe un rosa, non un fantasy, da qui la mia espressione “young pink fantasy”, dato che le protagoniste sono sempre adolescenti di sesso femminile e s’innamorano sempre. Per carità, anche nei miei romanzi a volte nascono relazioni, ma le approfondisco solo quel tanto che basta per le necessità dei personaggi e della storia, lasciando il resto all'immaginazione, proprio perché sto scrivendo un fantasy, non un rosa. A meno che la suddetta relazione non abbia conseguenze enormi sulla storia e su altri personaggi. Il che di solito – almeno nel caso della Troisi – non è.

Anche l’utilizzo di miglia, braccia e altri sistemi di misurazione insoliti che i lettori nemmeno conoscono – per non dire l'autrice – rende tutto confusionario, oltre che in alcuni casi clamorosamente sbagliato. Le descrizioni sono spesso generiche, con pochi particolari e molte volte si ripetono in schemi più o meno simili: ad esempio, le foglie delle piante nei boschi sono sempre “carnose”. La Troisi poi, usa la frammentazione non tanto per dare fluidità al testo o sottolineare un concetto, quanto piuttosto senza alcun criterio apparente: tali frasi brevi, tronche e del tutto superflue sembrano quasi scimmiottare Hemingway.
In ultimo, nella seconda trilogia del mondo emerso, si è addirittura scordata di un personaggio secondario, uno spasimante della protagonista, che da quello che ricordo sparisce letteralmente nel nulla e che l'autrice non riprende nel finale (mancanza gravissima che si può perdonare solo a scrittori di grandissimo calibro... perciò non a me o a lei).

Ci sarebbero di sicuro molte altre cose alle quali potrei pensare, ma mi fermo qui, concludendo che l’unica vera nota positiva che mi sento di segnalare è un ricco pathos nei momenti critici, sebbene anche i caratteri dei personaggi a volte sembrino riciclati (Nihal-Dubhe, Sennar-Lonerin, Laio-Learco). L’unico personaggio che veramente mi è rimasto impresso e mi ha colpito molto – oltre al già citato Sarnek – è stato lo gnomo Ido, Cavaliere di Drago maestro di Nihal. Egli – al contrario della maggior parte dei personaggi della Troisi – ha una storia complessa alle spalle, e comparendo anche nella seconda trilogia, è un po’ colui che fa da ponte tra i due archi narrativi, una faccia amica, per così dire. A mio avviso, di certo il personaggio meglio riuscito delle due trilogie, poiché in qualche modo incarna anche in maniera concreta l’eterno stato belligerante del mondo emerso a cui l’autrice spesso allude.


Vogliamo tirare le somme? La Troisi ha venduto più di un milione di copie totali nonostante la scarsa qualità delle opere (postilla del 2020: il numero sarà di certo aumentato, dato che il presente saggio risale al Dicembre 2014 – NDA). Chi ci rimette? Prima di tutto i lettori, specie quelli che magari non hanno letto molto all'interno del genere e credono di avere tra le mani un ottimo libro – non sono pochi credetemi – e quindi non sapranno riconoscere la vera qualità quando la vedranno. Poi, naturalmente, gli altri inediti. Quando qualcuno si è guadagnato un posto “al sole” come la Troisi, anche qualora un esordiente fosse più bravo sarà sempre difficile – se non impossibile – per lui/lei scalzare un autore famoso dalla sua posizione egemonica nel mercato. Specie in un mercato morente come quello italiano, dove un'enorme fetta del fantasy (ma in generale della narrativa in toto) è di importazione ed è già difficile brillare di per sé. E terzo, gli alberi che si abbattono per stampare quella roba. Sono serissimo.

Ora, non so se l'autrice in questione sia migliorata negli anni (io glielo auguro di sicuro) perché dopo la bellezza di tre saghe non mi sono più disturbato a sprecare il mio tempo leggendo ciò che scriveva.
Stando così le cose, è inutile soffermarsi sulla questione cercando di capire perché la Mondadori abbia scelto di pubblicare la Troisi, o per quale motivo altri editori, anche esteri, lo abbiano fatto con altri esordienti di dubbia qualità (Christopher Paolini, per esempio).
Poteva l’autrice conoscere qualcuno all’interno? Plausibile. Poteva l’editore avere la certezza che avrebbe pubblicato qualcosa in grado di attirare il pubblico e tanti saluti alla qualità? Possibile anche questo. Avevano fatto uso di sostanze stupefacenti durante la lettura del manoscritto? Improbabile, ma non da escludere.

A ogni modo, sono più interessato agli effetti che alle cause del fenomeno in questione. D’altra parte, un lato positivo c’è: qualcuno che consideri – a ragion veduta, e questo è importante sottolinearlo – il proprio lavoro migliore di quello di un autore pagato per il suo e che vende milioni di copie, è una vera e propria iniezione di autostima. Decisamente la sostanza più importante per uno scrittore esordiente (specie se dubbioso e insicuro come me).

In tale contesto, mi sono reso conto negli ultimi tempi dell’importanza degli ebook e dei siti online che ne permettono una pubblicazione autonoma e gratuita su circuiti di vendita universali, come gli appstore degli smartphone e amazon kindle. Si tratta di una rivoluzione che potrebbe cambiare questo stato di cose in un mondo in lenta ma inesorabile digitalizzazione. Tale fenomeno potrebbe da un lato costringere gli editori a riconsiderare gli esordienti, dall’altro obbligarli addirittura a prenderli in considerazione per non perdere una nuova, grossa fetta di mercato. Inoltre, evitando tutti gli intermediari, lo scrittore potrebbe raggiungere la notorietà pubblicizzandosi tramite internet con blog, twitter e facebook, per citare alcuni mezzi. Il prezzo degli ebook infine, è sempre più conveniente del corrispettivo cartaceo, com’è ovvio che sia, invogliando i lettori all’acquisto quando si tratta solo di pochi euro per leggere una buona storia.

Finché però il mercato degli ebook sarà di nicchia però, esso potrà limitarsi solo ad essere il surrogato di ciò di cui uno scrittore ambizioso necessita. In tale contesto, il digitale può fungere da trampolino di lancio per farsi conoscere e soprattutto far riconoscere la qualità del proprio lavoro, che a quel punto editori piccoli e grandi potrebbero prendere in considerazione per una diffusione cartacea più estesa e capillare. Da lì al successo sarebbe poi un passo, grazie all’enorme spinta pubblicitaria di cui la Troisi e Paolini sanno senza dubbio qualcosa.

In un primo momento consideravo l’autopubblicazione online l’ultima risorsa. Ora, dopo anni di ricerche e infruttuosi tentativi e avendo maturato la concezione degli editori come aziende vampiresche senza scrupoli, gli ebook mi sembrano invece l’unica opzione possibile (postilla del 2020: considerate sempre che scrissi queste righe nel lontano 2014, svariati anni prima della mia fortunata pubblicazione - NDA).

Scelta che, se coadiuvata da una reale propensione alla scrittura, a un’autopromozione e pubblicità indefessa e a tanti sacrifici, potrebbe forse un giorno portare al tanto agognato successo. Che abbiate scritto una storia breve, un’intera antologia di racconti o un romanzo – di qualunque entità o lunghezza essi siano – il mio consiglio è di non confidare troppo negli editori, ma principalmente in voi stessi e nel vostro duro lavoro. E naturalmente, nelle critiche costruttive di amici o altri scrittori in erba, se ne conoscete.

Partecipare a concorsi e cercare di farsi un nome sgomitando vi potrà sicuramente aiutare (se otterrete risultati e premi) quando invierete il vostro manoscritto a un editore (specie se importante). Mentirei se dicessi che è tutto nelle vostre mani, perché sfondare in ambito editoriale, specie in Italia, spesso richiede anche un'enorme dose di fortuna.


Se per voi scrivere è importante tanto quanto lo è per me (la considero una vocazione), non posso che augurarvi buona fortuna. Sono certo che – durante le vostre numerose traversate in vasca da bagno – ne avrete bisogno.


domenica 25 ottobre 2020

Sulla scrittura (Cap. 10: Narratore e punti di vista)

 Capitolo X: Narratore e punti di vista

Ci sono diversi tipi di narratore: onnisciente, nascosto, esterno alla storia (eterodiegetico), interno alla storia (omodiegetico). In genere il narratore non dovrebbe cambiare la propria natura durante il corso dell’opera, pertanto si parla di “focalizzazioni dogmatiche”. Ne “La Regina dei Dannati” tuttavia, Anne Rice lo fa, passando dalla prima persona quando si concentra sul protagonista, Lestat, alla terza persona quando deve descrivere i fatti dal punto di vista di altri personaggi. Una scelta forse opinabile, che non ho riscontrato in nessun altro romanzo che ho letto fino ad oggi. Ma andiamo con ordine. 

Ogni tipo di narratore ha i suoi pro e i suoi contro a seconda di ciò che si vuole scrivere, anche se di norma, io prediligo il tipo onnisciente. Questo narratore conosce alla perfezione situazioni presenti, passate o future di ciò che sta raccontando, la psicologia, i sentimenti e gli scheletri nell’armadio (se ce ne sono) di tutti i personaggi coinvolti; nonché le motivazioni che li spingono ad agire ed eventuali contraddizioni interiori di cui persino tali personaggi potrebbero essere ignari. Il principale vantaggio di tale narrazione (che si esprime in genere con una terza persona distaccata) è che consente una visione d’insieme di gran lunga superiore, permettendo di esplorare ogni singolo anfratto della narrazione, della storia e dei suoi risvolti, della psicologia e dei temi portanti, senza limitazioni. Lo svantaggio più evidente è il minore coinvolgimento emotivo rispetto a un narratore in prima persona, di cui parleremo tra poco. 

 Il narratore nascosto invece, non conosce nel dettaglio le vicende raccontate, di conseguenza affianca delle supposizioni e opinioni personali alla descrizione degli avvenimenti. Si dice eterodiegetico (ossia esterno alla storia) il narratore non coinvolto nella trama, che si limita a raccontarla. Generalmente si tratta di narratori onniscienti e il racconto avviene in terza persona. L’omodiegetico (interno alla storia) è di solito il protagonista o un personaggio secondario. In genere si tratta di narratori non onniscienti e la narrazione si sviluppa in prima o terza persona. Ci sono poi delle categorie più precise, che comprendono una combinazione di quelle appena citate; si ha la focalizzazione zero quando il narratore è esterno, eterodiegetico e onnisciente: in tal caso lo spettatore è messo in condizione di dominare tutta la narrazione, essendo informato di tutto da un narratore onnisciente che può trovarsi in diversi posti contemporaneamente e analizzare nel dettaglio sentimenti e psicologia di ogni individuo (il tipo che in genere ritrovate nella maggior parte dei fantasy). 

La focalizzazione interna, invece, si ha quando il narratore appunto adotta un punto di vista interno, cioè simile a quello che può avere un personaggio che conosce solo determinate vicende e non tutti i pensieri dei suoi co-protagonisti. Si tratta di quella che in genere utilizzo io; nello specifico, mi servo della focalizzazione interna variabile, perché a ogni cambio scena sposto anche il punto di vista da un personaggio all'altro, a volte persino quello degli antagonisti. La focalizzazione esterna si ha quando il narratore adotta un punto di vista esterno e ne sa meno dei personaggi stessi riguardo una determinata vicenda: un esempio tipico è il romanzo poliziesco e in generale, gli stili in cui deve prevalere la suspense nel pubblico. Se poi il narratore rielabora quanto gli è stato detto da un altro personaggio si hanno:

-narratore di primo grado, cioè colui che comunica direttamente con il lettore e che ha elaborato la storia.

-narratore di secondo grado, ovvero la persona che ha comunicato la vicenda a quello di primo grado.

E così via per il terzo, quarto grado e oltre. Senza soffermarci su ulteriori approfondimenti, scoprirete che a seconda del vostro carattere e di ciò che volete raccontare, la scelta del narratore e del punto di vista saranno quasi sempre del tutto automatiche, guidate addirittura dal vostro subconscio. Prima di scrivere questo capitolo infatti (per il quale mi sono dovuto documentare), non ero nemmeno a conoscenza di tutte queste categorie, ma scrivevo “a naso”! Nel mio caso come dicevo, almeno per i romanzi, ho sempre usato la focalizzazione interna variabile, i cui mezzi principali di espressione sono il discorso indiretto libero, il monologo interiore e lo stream of consciousness; tuttavia, di tanto in tanto nei racconti brevi utilizzo anche la prima persona, e ho scoperto che ha anch'essa delle grandi potenzialità, se usata bene. 

In genere, tale focalizzazione è una scelta obbligata per il mio stile, che consiste nel cercare di caratterizzare al meglio tutti i personaggi (antagonisti compresi) analizzandoli minuziosamente. Gli svantaggi come dicevo sono il minore impatto emotivo e la quasi totale mancanza di grossi colpi di scena, poiché spesso il lettore viene messo in condizione di conoscere anche le mosse e le intenzioni degli antagonisti (o almeno una parte di esse). Nel caso del fantasy in particolare però, ritengo che sia un compromesso accettabile, così come nella fantascienza, poiché al contrario di gialli e thriller basano la loro narrazione sull’azione e sui rapporti tra i protagonisti e sulle loro vicissitudini, più che sulla sorpresa. L’unico modo per ovviare a questa mancanza sarebbe l’uso della prima persona (alla quale sono di solito contrario nel fantasy) o dell’intreccio, che permetterebbe di costruire ad arte dei colpi di scena nonostante il tipo di narratore, omettendo in modo voluto dalla narrazione dei particolari o delle scene, magari raccontandole successivamente. 

Di recente sono riuscito a trovare una sorta di compromesso, scrivendo senza seguire un intreccio stretto ma tenendo per me determinate informazioni per rivelarle solo in seguito, in modo da creare piccoli colpi di scena anche senza avere una trama vera e propria già costruita. Insomma, fare tutto in corso d’opera, quando l’ispirazione lo consente. Se voleste invece dare più enfasi ai sentimenti e al coinvolgimento emotivo, mettendovi allo stesso tempo in condizione di costruire con facilità dei colpi di scena, potreste usare la focalizzazione interna omodiegetica, dove il narratore coincide con uno dei personaggi – di solito il protagonista – e pertanto si narra in prima persona. Sempre in: “Mucchio d’ossa” di King ad esempio, il narratore coincide con lo scrittore protagonista delle vicende, Mike Noonan, permettendo al lettore di immedesimarsi in lui. L’impatto emotivo risulta di gran lunga maggiore e permette di scoprire a poco a poco i risvolti della storia (si tratta di un thriller con elementi paranormali). La terza persona non avrebbe dato lo stesso risultato a opera finita, credetemi. 

“La biblioteca dei morti” di Glenn Cooper invece, rappresenta una via di mezzo. L’autore adotta una focalizzazione esterna: il narratore è appunto esterno ma si limita a raccontare e a svelare soltanto ciò che i protagonisti portano alla luce, mantenendo la suspense ma allo stesso tempo avendo la possibilità di narrare episodi lontani nello spazio e nel tempo, utilizzando una terza persona distaccata. Si tratta di un compromesso molto efficace ma che a mio avviso non è molto congeniale a un genere come il fantasy, per il quale ritengo che le scelte migliori siano la focalizzazione interna o zero (anche se personalmente non apprezzo molto quest'ultima per la mancanza di stream of consciousness e caratterizzazione dei personaggi). 

In conclusione, si tratta sempre di operare una scelta quando avete deciso di cosa trattare e vi trovate di fronte alla pagina bianca. Difficilmente si può sbagliare in questo caso, perciò lascerò a voi il compito di scoprire qual è la tipologia di narratore che più si adatta alle vostre esigenze del momento. In uno dei miei vecchi romanzi fantasy, intitolato: “I cinque regni”, mi sono ritrovato ad avere parecchi protagonisti da gestire con la focalizzazione interna variabile – ben cinque, uno per ciascun regno – di conseguenza mi sono visto costretto a ridurre di molto le fasi di stream of consciousness perché divenute impossibili da gestire. In caso contrario il romanzo sarebbe divenuto un vero e proprio campo di battaglia. È stato per me un libro importante perché credo sia quello che abbia segnato in maniera definitiva il mio passaggio oltre il confine – definito in modo unanime dagli accademici – degli autori in erba: ho perso il “difetto” di passare spesso dal punto di vista di un personaggio all’altro nel corso dello stesso capitolo o addirittura dello stesso paragrafo. 

Nonostante ciò, ero in grado di non confondere il lettore e ne ho la prova (non ho mai confuso la mia ex quando lesse i miei vecchi romanzi), ma mi resi conto che era certamente superfluo. Ci sono altri modi meno invasivi e più raffinati di caratterizzare e far evolvere un individuo e in certi casi, quando si hanno per le mani troppi personaggi, si deve per forza di cose rinunciare allo stream of consciousness in favore di scene o dialoghi in grado di far trasparire un carattere, senza complicare troppo il testo o rallentare in modo eccessivo la storia. E anche in questo caso, come ho detto, le uniche cose che possono impartirvi queste lezioni non sono le prediche (mie o di autori affermati), ma soltanto la pura pratica e il tempo. 

In ultima analisi, se state scrivendo in prima persona, il PoV dovrebbe restare fisso sul protagonista per tutta la durata del racconto (o romanzo). Se viceversa state usando la terza persona e un narratore di tipo onnisciente, allora il mio consiglio è di utilizzare i diversi punti di vista dei protagonisti come un ulteriore strumento di scrittura per caratterizzarli al meglio delle vostre possibilità, passando dall'uno all'altro solo al cambio di scena. A tale scopo, sarebbe una buona idea adottare sempre il PoV di uno dei personaggi più importanti in quella scena, in modo da dargli/le il risalto che merita. Oppure potete scegliere di esaminare quella parte tramite gli occhi di un personaggio secondario o un altro protagonista che però ha un certo ascendente sul personaggio centrale di quella specifica sezione. Come sempre, siete voi i giudici migliori in merito (in caso contrario, i primi lettori servono proprio a dare consigli su questo genere di cose). 

Se scegliete la focalizzazione zero, infine (come nei “Promessi Sposi”), la vostra vita sarà probabilmente più semplice e potrete concentrarvi di più sulla storia e meno sui personaggi, mantenendo sempre un unico punto di vista.