lunedì 20 luglio 2020

Sulla scrittura (Cap. 1: Considerazioni generali)

Ehilà! Visto che ho pubblicato in un forum, in undici capitoli, un mio saggio sulla scrittura creativa che buttai giù nel lontano 2014, ho deciso di riportarlo anche sul mio blog nella stessa versione riveduta e corretta. Ho pensato potesse essere una buona idea, non avendo al momento spunti per nuovi articoli da proporre. Spero troverete qualcosa di utile nei post che seguiranno nelle prossime settimane!




Capitolo I: Considerazioni generali

Affrontare un tema scabroso come la scrittura creativa non è impresa facile nemmeno per un addetto ai lavori, che si tratti di uno scrittore professionista, di un insegnante o di chi ha lavorato una vita nell’editoria. Per un autore esordiente quindi, potrebbe sembrare persino una pretesa frutto del proprio narcisismo o di una smodata superbia. Forse ad alcuni di voi sembrerà così. Io credo invece che si tratti di cercare un modo per dare voce a qualcosa che forse non riusciremo mai a comprendere appieno nemmeno noi, che scriviamo storie. Qualcosa di potente, ineffabile e colmo di un grande mistero.

Se dovessi usare un’espressione del tutto avulsa al contesto accademico, direi che “scrivere è vera magia”. Si tratta in un certo senso di stabilire una connessione con una realtà diversa, un’attività che somiglia a una versione interiorizzata delle pratiche misteriche dei culti religiosi più disparati della storia umana.

Mi piace chiamare questo posto “l’Altrove”. Si tratta – o almeno così me lo figuro io – di un luogo non dissimile dal mondo delle idee teorizzato da Platone, dove appunto queste visioni germogliano e prendono forma, per poi farsi strada nella mente di alcuni di noi, gli scrittori. In tal senso si potrebbe dire che essi abbiano il ruolo di oracoli, che mediando con l’Altrove, portando tali meraviglie nella nostra realtà e condividendole con tutti gli altri.

So che può sembrare pomposo, forse anche presuntuoso – e probabilmente lo è – ma è così che la vedo io. Un’altra immagine che mi piace – forse meno suggestiva ma altrettanto efficace – è quella che vede lo scrittore come un individuo che scopre di essere provvisto di una piccola antenna. Una volta sintonizzata – quando comincia a scrivere – inizia a ricevere misteriosi segnali criptati e spesso disturbati, forse provenienti dallo spazio profondo. Man mano che la sua abilità e concentrazione crescono, impara a sintonizzarsi sempre meglio e a decodificare con più precisione i segnali che gli arrivano, traducendoli in storie sempre migliori. In ogni caso, trovo che entrambe siano delle valide chiavi di lettura del ruolo dello scrittore: un semplice tramite tra la nostra realtà e un’altra.


Per coloro che si domandino – come succede per qualsiasi campo – se romanzieri si nasca o lo si diventi, la mia personale opinione in merito è che la verità sia nel mezzo. Oltre ai fattori sociali ed economici e alla famiglia in cui si cresce, vi sono migliaia di altre variabili da considerare e alcuni di noi forse, anche possedendo delle grandi doti, potrebbero non scoprirlo mai solo perché “non è successo”. A mio avviso c’è un certo grado di predisposizione in tutti noi, ma è il duro lavoro a fare il resto, tirando fuori una pietra preziosa dalla roccia, se c’è. Leggere e scrivere molto e soprattutto farlo per piacere, è la regola d’oro. Se leggete con il chiodo fisso di voler imparare qualcosa a tutti i costi da ogni lettura, dovreste cominciare a porvi delle serie domande sul perché volete iniziare a scrivere.

Di solito, amare i libri è fisiologico, sia che ne siate i lettori che gli autori. Il processo di apprendimento durante la lettura deve essere passivo, automatico, filtrato dal subconscio: dovreste leggere per leggere, non per imparare. L’apprendimento avverrà sempre senza che ve ne rendiate conto. Quando scriverete un’opera nuova, magari mesi o anni dopo, confrontandola con vecchi testi vi accorgerete della differenza, notando come avete assorbito determinati stili incorporandoli nel vostro. La creazione di un proprio stile è un cammino lungo e tortuoso ma di durata del tutto soggettiva. Per me – da quando ero dodicenne a oggi – non si è mai interrotto. Questo perché si continua ad imparare e a migliorare, fin quando si raggiunge il proprio limite oltre il quale non ci si può più perfezionare. Per questo il periodo di creazione del proprio stile è diverso per ogni scrittore.


Tornando alla lettura, se una particolare opera vi ha colpito, dopo averla terminata potrete allora passare ad analizzarne i passi che più vi hanno sorpreso, per qualunque motivo: vi hanno fatto ridere fino alle lacrime, vi ha impressionato una particolare figura retorica molto suggestiva, siete rimasti colpiti da una descrizione che nonostante il grado di dettaglio non ha spezzato il ritmo della narrazione. Qualunque cosa. Solo allora potrete esaminare il testo in modo critico e obiettivo, analizzandolo alla ricerca di qualunque cosa stiate cercando, perché vi sarete liberati delle spoglie del lettore e avrete assunto di nuovo il punto di vista dello scrittore. Prima siate lettori, poi scrittori, lasciatevi trasportare dalla storia prima di lanciarvi in critiche o di domandarvi come ha fatto l’autore a tirare fuori dal cilindro qualcosa di così fenomenale o pietoso. Alla prima lettura – a meno che non si tratti di qualcosa di inenarrabile col quale vi state sollazzando – lasciate i pregiudizi fuori dalla porta, ne gioverà il vostro apprendimento come scrittori e allo stesso tempo il piacere come lettore. Come qualsiasi altra opera, un libro dovrebbe essere valutato in linea di massima nella sua interezza solo dopo l’ultima pagina.

Anche se devo ammettere che a volte ci sono delle eccezioni: a quindici anni mi fu sufficiente leggere il prologo di “Eragon” di Christopher Paolini per giudicarlo penoso, tale e quale a ciò che scrivevo io a quei tempi se non peggiore. Motivo per cui sono grato di non essere riuscito a pubblicare nulla all’epoca, e di aver avuto quindi modo di maturare come scrittore, evitando un simile destino.


Di solito, quando analizzo un’opera dopo averla letta, cerco sempre una cosa: il perché funziona (o nel caso negativo, non funziona). Non è qualcosa di facilmente descrivibile, di solito nemmeno l’autore stesso ne conosce il motivo, eppure sebbene mi ritrovi spesso solo con un pugno di mosche, qualche volta scopro invece qualcosa di utile.
Il “perché funziona”, per renderlo in un concetto comprensibile, si può tradurre con l’espressione francese: quel “Je ne sais quoi”. Quando vediamo una bella donna e ci viene da pensare: ”Ha quel non so che…” Ebbene, il “perché funziona” è la stessa, identica cosa. Si tratta di un’inesplicabile senso di armonia che si viene a creare in un testo di prosa quando tutto è in equilibrio, quando il risultato è molto di più della somma delle sue parti.

Come dicevo, spesso è impossibile ricondurre quest’armonia a una singola causa, perciò devono essercene molteplici e riuscire a identificarne il più possibile è forse l’unico modo per gettare luce sul mistero di tale equilibrio nella narrazione. Anche nel caso non giungiate a risposte soddisfacenti, sarà valsa la pena di tentare per il fatto che la semplice riflessione possa a volte essere fonte di illuminazione. Lo stesso vale per qualcosa che chiaramente non funziona o stona. In quel caso però trovo che sia molto più facile identificare “gli intrusi”, gli elementi di disturbo che creano quella spiacevole dissonanza, un po’ come il giochino dell’enigmistica con degli oggetti che non c’entrano nulla col resto dell’immagine.

Conclusa questa dovuta digressione, posso tornare alla questione degli scrittori nati: come in ogni altro ambito, ci sono le brave eccezioni, i geni. Shakespeare, Eliot, Hemingway, Wilde e se volete continuare l’elenco accomodatevi, ce n’è per tutti i gusti. Sono quelli che diremmo nati con la camicia, perché sono partiti con un bel vantaggio sugli altri, un certo numero di lunghezze che, ahimè, non si possono recuperare in alcun modo con l’esercizio.


“Allora perché sforzarsi tanto?” obietterete voi. Infatti non c’è nessuna legge che vi incriminerà se vi accontenterete del vostro livello, tutto dipende dalla domanda fondamentale che dovete porvi. Perché scrivo? Come per qualsiasi obiettivo, le motivazioni sono pressoché infinite, tuttavia quando sentirete di avere trovato una risposta sincera, dovrete porvi i quesiti successivi: è un motivo valido? Sono disposto a rimboccarmi le maniche e a fare sul serio? E come quando raccontate, dovrete essere assolutamente onesti nel rispondere.

Se la risposta è negativa, vuol dire che volete cominciare a scrivere per i motivi sbagliati, pertanto è tempo sprecato: andate a praticare qualche sport, frequentate corsi che vi interessano, dedicatevi ad altri passatempi, alla famiglia. Fate ciò che vi interessa davvero. Se viceversa la risposta è affermativa, allora c’è molto lavoro da fare. Avete sentito bene, lavoro, perché anche se non avrete mai il coraggio di pubblicare la vostra opera, di qualunque cosa si tratti, richiederà una buona dose di fatica, che sarà direttamente proporzionale alla sua ponderosità. Scrivere può sembrare un mestiere meno faticoso di altri a livello fisico e non sarò io a cercare di convincervi del contrario, ma è un lavoro facile? Rilassante? Privo di dubbi, ansia o frustrazione? Nossignore.


Amo l’immagine che usa Stephen King, che paragona la stesura di un romanzo a una traversata dell’Atlantico in una vasca da bagno. Siete su un guscio di noce in mezzo al nulla, nessuno può aiutarvi e se cadete in acqua nessuno verrà a soccorrervi, dovete cavarvela con quello che avete (nel nostro caso con quello che sapete) e tanto dovrà bastarvi. Non ci sono trucchi per facilitarvi la traversata, né scorciatoie, perciò non cominciate neppure a cercarle, rappresentano la prima scelta di chi non è davvero motivato. Se viceversa lo siete, non vi importerà delle difficoltà, poiché le soddisfazioni che derivano dalla scrittura – anche se scrivete solo per il gusto di farlo – vi ricompenseranno sempre appieno; finché sarete onesti nel raccontare, difficilmente avrete l’impressione che qualcuno dei vostri sforzi sia stato vano. Tuttavia durante la prima stesura – o la traversata se preferite – vi assaliranno migliaia di dubbi sul vostro lavoro, sulla sua qualità e su decine di altre idiozie e non potrete sottrarvi a questo supplizio orchestrato dalla vostra ignobile mente. L’unica cosa che potrete fare sarà tirare dritto finché ce n’è, fino all’ultima parola, la sudata “Fine”.
Non guardatevi mai indietro e soprattutto, mai, mai far entrare l’influenza del mondo esterno. Anche su questo concordo in pieno con King: la prima stesura va scritta andando avanti a testa bassa e chiudendo fuori il mondo. Ricordate? Dovete essere soli durante la traversata. Ci sarà tutto il tempo di far leggere il vostro lavoro quando sarà finito. Questo significa che no, non potete far leggere nemmeno una riga a nessuno, il rischio che la sua opinione – negativa o positiva che sia, anche se in buona fede – possa influenzarvi, è del 99,9%.


Scoprirete presto che tutti i vostri dubbi erano infondati – spesso bisbigliati da una vocina malefica che magari conoscete bene – e che avete visto giusto a tenere duro fino alla fine. Di solito – almeno per me – la fine di un romanzo è quasi come un parto, doloroso ma allo stesso tempo liberatorio. Un diluvio di emozioni. Se la sensazione che provo è quella, capisco all’istante di aver fatto centro, di aver raccontato la storia come volevo raccontarla. Se poi sia un buon lavoro starà ad altri giudicarlo, ma da parte mia sarò certo di aver scritto l’opera al meglio delle mie capacità. In un certo senso trovo che il finale sia una rivelazione, come un’epifania. Il finale è il mio Dio: se si manifesta in maniera benevola, dandomi quelle emozioni forti e familiari, sono più che certo di aver raggiunto l’obiettivo che mi ero prefissato. Una sola volta mi è capitato che il finale si presentasse come una creatura deforme e maligna, a tredici o quattordici anni: cestinai quel romanzo breve all’istante.
Col tempo tuttavia, imparerete a riconoscere la cancrena nel vostro lavoro molto, molto prima, e sarete in grado di correre ai ripari. Se così non fosse, fareste meglio a cestinare per intero. Anzi, se volete la mia opinione spassionata, se dopo due o tre capitoli avete “la sensazione”, dovreste cestinare per intero senza ripensamenti e dedicarvi ad altro. Magari un racconto breve, per togliervi dalla testa il lavoro precedente.

“Che cosa sarebbe di preciso, 'la sensazione'?” chiederete voi. Quando la proverete saprete esattamente di cosa si tratta; come disse Morpheus a Neo, parlando di Matrix: “Nessuno è in grado di descriverla agli altri, devi scoprire da te cos'è”. Il massimo che possa fare – come scrittore – è darvi la metafora che a mio avviso calza di più: è come quando avvertite un lieve sapore cattivo in bocca ma sapete di esservi lavati i denti, perciò in fondo in fondo siete consapevoli che debba trattarsi di un principio di carie. Cestinare equivale ad andare dal dentista per un controllo, continuare a scrivere è lo stesso che far finta di niente.


Riguardo alla risolutezza necessaria, non mentirò su questo punto: uccidere le vostre creazioni – partorite con tanta fatica – non diventerà mai facile col passare del tempo. Casomai più difficile. In ogni caso sarà sempre uno strazio, ma aspettare di arrivare alla fine lo renderebbe soltanto un’inutile agonia… e un deprecabile spreco del vostro tempo, che è la vostra risorsa più preziosa come scrittori, ma ancor prima come esseri umani. Specie se vi rendete conto in modo cosciente che va cestinato, ma proseguite imperterriti ignorando la sirena d’allarme.

Queste sono linee guida generali, alcune delle quali andrò a illustrare in modo più approfondito nei prossimi capitoli. E se avete intenzione di calare la vasca da bagno in acqua, non posso che darvi lo stesso consiglio che vi darebbe il buon “Steve” King: dite sempre la verità. Ciò che avete visto. Una grande storia e dei grandi personaggi possono compensare tanti altri difetti.

domenica 21 giugno 2020

Prima bozza del romanzo!

Buongiorno, fauna della rete! Sono lieto di annunciare che dopo quasi quattro mesi, ho finalmente terminato la prima stesura della mia nuova opera, il romanzo dark fantasy a cui ho più volte accennato.
Nei prossimi due mesi lascerò il manoscritto "a riposare", occupandomi di altro (probabilmente racconti brevi). Cercherò anche di creare una mappa digitale del mondo del libro da poter inviare assieme al testo quando sarà il momento della pubblicazione. Sono troppo insicuro per potermi definire soddisfatto, ma credo di aver scritto un discreto romanzo (o almeno spero!).

Detto questo, prossimamente cercherò di scrivere qualche nuovo articolo nel blog, ma se volete potete trovarmi anche su un forum a cui mi sono iscritto di recente:

Qui ho conosciuto parecchie persone simpatiche e altri scrittori in erba, e ho cominciato a pubblicare alcuni dei miei racconti, fantasy e non. Se siete amanti dei libri e della scrittura, non posso che consigliarvelo.
A presto!

lunedì 8 giugno 2020

Novità... rieccomi qua!

Anzitutto, mi scuso per la prolungata assenza, sono stato abbastanza impegnato con la stesura del romanzo (che procede bene, sono a circa due terzi della prima bozza). Credo di avervi accennato in precedenza: si tratta di un dark fantasy, ambientato in un mondo piuttosto brutale nel quale gli dei spadroneggiano con le vite degli uomini. Le tematiche principali sono infatti proprio il rapporto tra umano e divino, il libero arbitrio dei mortali in relazione alle suddette divinità e il tentativo degli uomini di liberarsi dai pesanti ceppi che la religione rappresenta, con tutte le conseguenze del caso.

Per quanto riguarda il mio precedente libro invece, L'Occhio di Mobius, vi segnalo altre due recensioni. La prima è un po' più ricca di spoiler minori e parla anche un po' di me. La trovate qui:

La seconda, di Lorena Caccamo, è un estratto della rivista "Riscontri" del mio editore Il Terebinto, e la riporto fedelmente qui di seguito:

"L’Occhio di Mobius è un fantasy di quelli classici, quelli in cui la Magia è l’elemento predominante e manifesto. Dove quest’ultima rappresenta la conoscenza e, dunque, il potere. Ed è questo che contrappone le due fazioni avverse. 
Maghi buoni contro maghi malvagi alla ricerca di un antico e potente manufatto. L’eterna lotta tra Bene e Male a tentare, confondere e ammaliare i protagonisti di questa storia. 
I fanatici di un Credo proibito e la virtuosa Confederazione Arcana si contendono la prerogativa di esercitare le arti magiche: la Confederazione, così radicata nelle proprie leggi e tradizioni, convinta della necessità di detenere l’esclusivo diritto di praticare la magia; il Credo, diametralmente opposto, lotta nella convinzione di aprire a ognuno la possibilità della conoscenza. 
Luvie e Lazard sono i protagonisti di questa storia, due maghi appartenenti alla Confederazione Arcana. Retti e integerrimi, ma senza escludere per questo metodi e soluzioni estreme, si ritroveranno a combattere contro creature demoniache, maghi mercenari e temibili Ierofanti. Dovranno però fare i conti anche con la loro coscienza, mettersi in discussione e avere il coraggio di fare quanto non si sarebbero mai aspettati. 
Attorno ai due protagonisti si muovono personaggi che – tutt’altro che di semplice sfondo – appaiono pensati, profondi e funzionali al mondo che li ospita. Ognuno di essi, e non solo i personaggi principali, è descritto e caratterizzato con dovizia di particolari, soprattutto per quanto concerne la sfera morale. Tutti mossi da ideali radicati, non sempre però così incrollabili. 
L’Occhio di Mobius è un romanzo che coinvolge senza mai perdersi in digressioni che possano allontanare il lettore dal fulcro della storia. E il lettore stesso avrà di che riflettere, man mano che i nostri protagonisti si ritroveranno davanti a decisioni e scelte sempre più difficili. 
È un campo minato, quello del fantasy. Bisogna combattere con l’ombra di assoluti mosti sacri. Eppure, L’Occhio di Mobius riesce in qualche modo a discostarsi da illustri predecessori, come potrebbe essere Harry Potter, per il solo fatto che tutto ruoti intorno all’esercizio della magia. L’autore, Marco Garinei, costruisce un mondo coerente e credibile e, quando si tratta di un fantasy, la credibilità è l’elemento indispensabile."

Che altro dire? Vorrei solo aggiungere che le due fazioni di cui sopra, sono rappresentate come positivo e negativo assoluto soltanto all'inizio della storia. Ma ben presto risulta chiaro che, così come la sua luce, la Confederazione Arcana ha anche i suoi punti d'ombra; mentre i cosiddetti eretici, nonostante i dubbi metodi che utilizzano, potrebbero essere invece visti in una luce più positiva. Insomma, i "buoni" non sempre sono così buoni come sembrano e lo stesso vale per i "cattivi". E sarà proprio tale ambivalenza che spingerà i protagonisti a mettere in discussione le proprie convinzioni.

Sono felice che l'opera abbia ricevuto molte recensioni positive, e ciò mi dà ogni giorno la fiducia necessaria a portare avanti il mio nuovo e ben più ambizioso progetto. Se L'Occhio di Mobius è un romanzo piuttosto breve, il libro di cui mi sto occupando è ben più consistente e complesso, sebbene appartenga al medesimo genere. 

Volevo impostare la nuova opera come un punto d'inizio per una trilogia di romanzi, pertanto sto cercando di dar vita a un mondo molto più complesso, dettagliato e credibile del precedente, dove ogni personaggio cessa di essere una figura bidimensionale e si trasforma in un individuo realistico. Nei limiti del possibile, sto tentando di creare dei personaggi che, come persone reali, non si possano catalogare come "buone" o "cattive" o scadere in banali stereotipi. Sto provando, insomma, a dipingere l'intera gamma di complessi sentimenti, comportamenti e pensieri che si ritroverebbero in una persona vera. Una fiction e dei personaggi né bianchi né neri, quanto piuttosto, in una sfumatura di grigio. Almeno in ambito morale, ritengo che la dualità non esista, e che l'essere umano vada sempre rappresentato nella sua estrema ambiguità. Se di norma cerco di seguire tale principio in tutte le mie opere, nel nuovo romanzo sto facendo del mio meglio per applicarlo con ancora più rigore.

Senza svelare troppo del mio lavoro, ma cercando comunque di incuriosirvi, posso dire che i protagonisti, nonostante i loro poteri, si ritroveranno spesso in balia delle correnti del destino e delle decisioni degli dei, senza poter far valere le proprie ragioni. Si tratta di un cammino lungo che avrà il suo culmine soltanto nel terzo volume. Nel primo romanzo, i personaggi dovranno affrontare la loro condizione di servi degli dei, la minaccia che i loro rivali rappresentano e infine un misterioso complotto. Da sfondo, una terra divisa in due regni in uno stato di equilibrio precario a causa delle tensioni politico-religiose. L'epoca è una sorta di tardissimo medioevo esageratamente oscurantista, con episodi di schiavitù e ogni genere di nefandezza; un'era fittizia lontana dall'idealismo dei cavalieri impavidi e delle loro giostre, del tutto priva di eroi senza macchia. 
Per certi versi, si tratta di un mondo non molto lontano da quello di Conan, il celebre Cimmero di Howard. In queste terre non ci sono né eroi né santi... solo divinità machiavelliche e mortali fallibili. Da qui, il titolo del romanzo: Dei e uomini.

lunedì 6 aprile 2020

L'Occhio di Mobius (recensioni)



Per via della mia sbadataggine, preso com'ero dal progetto che ho in cantiere, ignoravo del tutto le recensioni del mio ultimo lavoro. Ho deciso di raccoglierle qui per archivio, ma anche per chiunque fosse interessato al libro e volesse farsi un'idea più chiara del contenuto.


Eroicafenice

Romance and fantasy for cosmopolitan girls


L'ultima contiene qualche dettaglio in più sulla trama. Se non amate il minimo spoiler sentitevi liberi di evitarla, ma penso si salvi in calcio d'angolo senza rivelare troppo.
Brainstorming culturale (Non fate caso agli errori di battitura dell'articolo. Il libro inoltre è narrato in terza persona, non in prima.)


Alla prossima!

EDIT:
Nuova recensione (Luglio 2020)! La trovate qui:
Alessandra Micheli ha centrato in pieno la tematica insita nella storia! :D

Le tenebre tra le stelle - Antologia di racconti

No, non mi sono scordato del blog! Nell'ultimo mese però ho lavorato contemporaneamente al mio romanzo (sono circa a metà della prima stesura) e allo stesso tempo ho revisionato alcuni vecchi racconti per inserirli in un unico file e creare un'antologia. Ho procrastinato quest'ultima per anni, più che altro perché avrei voluto pubblicarli come una sorta di postilla a un vecchio progetto di otto romanzi che però ho interrotto. Visto che è ormai assai improbabile che riprenda in mano quella saga, mi sono deciso a pubblicare i racconti in maniera indipendente, soprattutto perché credo che almeno alcuni di essi siano piuttosto buoni. Si tratta di un'antologia horror/fantascientifica, anche se un paio delle storie hanno anche qualche elemento thriller. Potete leggerla qui (per scaricarla, cliccate sui tre puntini sulla barra a destra):
Le tenebre tra le stelle


Per ora è tutto... alla prossima!

mercoledì 26 febbraio 2020

Il tema del viaggio nel Fantasy


Come avrete dedotto dal titolo di oggi, vorrei soffermarmi su un elemento piuttosto comune nel genere Fantasy: il viaggio. Vi sono certo alcuni romanzi che si svolgono per intero in un solo luogo, con i protagonisti che per esempio lottano contro un tiranno per liberare una sola città. Troverete però che in genere, il viaggio rappresenta quasi una regola nella maggior parte di queste storie. Perché?

Spesso anche nella realtà ci si sente dire che viaggiare "ampli gli orizzonti" o "renda di mente più aperta"... forse inconsciamente abbiamo tutti fatto nostra questa nozione (a mio avviso veritiera), pertanto l'applichiamo, consciamente o inconsciamente, ai nostri personaggi e alle nostre storie. Poiché naturalmente i protagonisti hanno bisogno di ampliare i propri orizzonti, fare esperienze, crescere e svilupparsi. La crescita dei personaggi è imprescindibile in qualunque storia che si rispetti, ma mentre ci si può anche limitare a farli sviluppare attraverso le mere vicissitudini che essi vivono, il viaggio fisico aggiunge un ulteriore, sottile significato metaforico al tutto (oltre che una maggiore varietà).

Penso al viaggio di Frodo e dell'Unico Anello, ai viaggi di Thomas Covenant l'Incredulo, a quelli dei molteplici protagonisti delle saghe di Shannara, e così via, e così via. Nel caso di Covenant, si trattava di viaggi che potevano benissimo essere dei sogni lucidi che faceva ogniqualvolta batteva la testa e sveniva, piuttosto che di un mondo parallelo (che è anche una delle scelte più gettonate dell'ultimo ventennio). Che si tratti però soltanto di un viaggio in un sogno, un viaggio alla scoperta di se stessi tramite eventi traumatici oppure una vera e propria odissea (Ulisse detiene il primato ancora oggi, a mio avviso), esso è sempre alla base di ogni storia fantastica che si rispetti. E come recita un famoso detto: "Conta il viaggio, non la destinazione."


Le motivazioni che spingono i protagonisti a compiere la loro odissea sono spesso variegate, che si tratti di salvare il mondo, ottenere vendetta o fuggire da se stessi. Ma anche le ragioni sono a parer mio importanti, perché in genere delineano il carattere e il passato dei personaggi, fornendoci informazioni su di loro e la capacità di identificarci in essi. E poi, specie se la storia in questione è un romanzo (quindi un lavoro corposo), necessita di una buona struttura, di motivazioni importanti che possano rappresentare un sufficiente sprone per i protagonisti. Quasi tutte le più grandi storie cominciano con un viaggio: penso anche a opere antiche, come la Divina Commedia o la già citata Odissea.

Non per sminuire storie che possono benissimo svolgersi in un solo luogo, ma intraprendere un viaggio ha sempre un certo fascino, forse anche perché oggi siamo abituati a un mondo che nasconde ben pochi segreti, ove tutti i continenti sono stati scoperti e la maggior parte dei luoghi già esplorati. Allora ecco che il viaggio in un'opera di fantasia ci apre un mondo di possibilità, un universo del tutto estraneo e sconosciuto, pieno di misteri, magia e terre inesplorate... forse questo è l'unico modo che ci resta per poter sperimentare quelle emozioni che hanno provato gli esploratori del passato, ogniqualvolta si mettevano in viaggio per terre lontane. Pensiamo a Colombo, James Cook, i pirati e tanti altri.

Ma perfino quando in un Fantasy il viaggio risulta ridotto, oppure quando i personaggi si muovono in dei territori a loro noti, per noi (almeno alla prima lettura) di certo non lo sono, perciò si mantiene viva e intatta la sensazione di avventura e della scoperta che è parte integrante del genere e forse perfino la sua linfa vitale. Siamo abituati a vivere in un mondo nel quale un mero spostamento in aereo da un paese (o per fino un continente) all'altro è considerato "un viaggio". La realtà è che il vero viaggio è quello che compierebbe qualcuno che si spostasse con mezzi molto più lenti, magari in bici o in autostop, girando il mondo. Qualcosa fuori dall'esperienza e dalle possibilità della stragrande maggioranza di noi. Quello è un vero viaggio, ed è esattamente ciò che fanno i nostri protagonisti di storie fantastiche. Muoversi a piedi o a cavallo per magiche contrade, imbattendosi in banditi, viaggiatori e ogni sorta di strane (e spesso letali) creature. Assaggiare prodotti locali, così diversi da quelli della propria terra, apprendere da culture differenti, fa tutto parte dell'enorme corredo del Fantasy.

Si potrebbe quindi definire il viaggio una sorta di bisaccia, in grado di contenere tutti gli altri fili conduttori del libro: non è il tema principale ma contribuisce in modo significativo alla storia che si va a raccontare. In ultimo, una lunga ed estenuante odissea può spesso contribuire a rendere i protagonisti più saggi, forti e lungimiranti attraverso le sfide che pone loro, oppure può trasformarli in modi meno piacevoli, rubando loro un arto o due... o nei casi più estremi, esigendo persino la loro vita.
Alla prossima!

lunedì 3 febbraio 2020

Il ruolo della magia nel Fantasy



Bentornati nel mio (nostro) spazio. Oggi vorrei parlare di uno dei tratti più caratteristici del genere fantastico... la magia. E in particolare, di come alcuni autori scelgano di metterla in secondo piano oppure di come non le diano la giusta importanza. Per estensione non intendo riferirmi puramente alla magia in quanto tale, ma anche a qualsiasi elemento magico e sovrannaturale, come creature mitiche e simili. Vi sono due esempi in particolare che mi vengono in mente quando penso a due opere che in qualche modo non concedono agli elementi magici il giusto spessore che a loro spetta nel genere. Il primo caso è quello delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco (in lingua originale "A Song of Ice and Fire"), che molti conoscono col nome de: "Il Trono di Spade". Prendiamo prima in esame l'opera di Martin.


Soffermandomi in breve sui pochi difetti (o almeno quelli che io considero tali) nell'opera dell'autore in questione, vi sono le esagerate descrizioni degli abiti (di ogni singolo capo di vestiario ogniqualvolta un personaggio si cambia), forme passive e avverbi e appunto, il risicato elemento magico.
Il Trono di Spade è una grande saga (o almeno lo sarà se Martin si degnerà mai di finirla), con moltissimi pregi. Vi sono personaggi estremamente credibili e caratterizzati in maniera superba, come il nano Tyrion Lannister, uno dei miei preferiti (e di quasi tutti i lettori presumo). Martin ha dato prova di essere molto abile nel World Building, rendendo credibile e concreto il mondo del Trono e dei suoi personaggi. Inserire così tante casate, ciascuna con i suoi stemmi, il suo glorioso passato e le proprie mire in relazione al trono dei Sette Regni non è cosa facile. Ma è proprio qui che si mostra l'altra faccia della medaglia.

Nonostante l'ottimo lavoro nel costruire qualcosa di credibile, l'autore relega l'elemento magico a un ruolo di secondo piano per la gran parte della saga: si inizia con l'apparizione degli Estranei nel prologo del primo libro, ma poi passano interi volumi prima che vi siano sviluppi in tale senso. Nel momento in cui scrivo, Martin dovrebbe essere al lavoro sul sesto libro (non mi sono più preoccupato di rimanere aggiornato, lo ammetto); fino al quinto tomo gli elementi magici sono davvero pochissimi e si lascia maggior spazio agli intrighi di corte e ad altri accadimenti. Tanto che, se non fosse per gli Estranei, i draghi e tutto ciò che si vede praticamente alla fine della serie televisiva, si potrebbe quasi scambiare l'opera per un romanzo storico con la sola ambientazione fantasy: il codice dei cavalieri, le giostre, le casate, il rapporto tra le classi dei poveri e quelle dei più ricchi... tutto sembra rappresentare in modo perfetto il Medioevo. Sebbene io sia un convinto sostenitore dell'importanza del realismo, un eccesso può recar danno quanto l'opposto.


Sean Bean nel ruolo di Ned Stark

Sebbene possa essere (e forse lo è) una scelta consapevole dell'autore, non la condivido. Se si vuole scrivere un romanzo dal sapore storico come Ivanhoe non si fa ricorso alla magia. Ma se si vuole scrivere un'opera fantasy, si deve sfruttare l'elemento magico ed esso deve essere centrale o quantomeno predominante, come lo è in Harry Potter o Il Signore degli Anelli. Non una mera, pidocchiosa didascalia alla fine della storia. Ciò mi porta al mio secondo esempio, ove pur essendo la magia centrale, di fatto non sembra essere quella forza primordiale che dovrebbe essere, in grado di travolgere chi ne fa uso. In un certo senso, in questo caso ha il sapore di un "contentino" che l'autore concede ai lettori. Mi riferisco all'interminabile ciclo di Shannara di Terry Brooks.

Da ragazzino ho letto tantissimi volumi (alcuni anche qualche anno fa, quando provai a continuare la sua saga) di Brooks. Non mi dilungherò su critiche stilistiche o di altro genere in quanto non sono il tema del blog, ma andrò dritto al punto: la magia non dà la sensazione di essere magia. Per esempio, vi sono diversi druidi nel corso dei vari libri che svolgono un po' il ruolo di Gandalf, mettendo insieme gli eroi, lavorando contro le forze del male e via discorrendo. Ebbene, tali druidi però risultano essere sempre delle specie di maghi da quattro soldi. Cosa intendo dire con questo? Voglio dire che il massimo che questi potenti stregoni (in grado col Sonno Magico di ibernarsi attraverso le ere) sono in grado di fare è di far scaturire qualche patetica fiammata di fuoco verde dalle dita per eliminare piccole schiere di nemici, ma che perlopiù fuggono.

Vi sono altri personaggi poi che usano differenti tipi di magia, come la Spada di Leah, una lama incantata che non sembra essere granché, il Canto Magico, spesso usato soltanto per tessere illusioni. O la stessa Spada di Shannara, che contiene l'astratto potere "della Verità". Tutti i tipi di poteri dipinti da Brooks nelle sue opere danno sempre la sensazione di essere davvero buttati lì tanto per poter dire che la magia c'è. Almeno per quanto mi riguarda, fin da ragazzino quando cominciai a leggere i suoi lavori, sono sempre rimasto deluso da tale aspetto.

Ritratto dei protagonisti di "Wards of Faerie":

"Allora come dovremmo descrivere la magia?" chiederete voi. Beh, con più passione. La magia di Brooks è una magia pigra, persino la Rowling se l'è cavata molto, molto meglio di lui in questo. Si può optare per una magia "realistica", che richiede ingredienti e rituali ma che poi ha effetti concreti sul mondo fisico, a breve o lungo termine. Si può attingere a piene mani da Dungeons & Dragons e dai videogiochi fantasy, dove i personaggi sono in grado di evocare creature, non morti, colonne di fuoco o barriere protettive. Si può anche scegliere una via mediana tra queste, ma la cosa importante da ricordare è sempre che "il prezzo da pagare per la magia" non dovrebbe essere l'unico elemento importante. Nelle sue opere, Brooks pigia continuamente lo stesso tasto, su come vi sia un prezzo da pagare per poter usare certi poteri... ma poi quei poteri risultano essere deludenti. Dov'è il dramma? Dov'è quel pizzico di sana esagerazione che rende la fiction tale?

Mi viene quindi in mente un videogioco dal titolo "Soul Sacrifice" che giocai anni fa. In quell'universo, i maghi erano in grado di usare molteplici poteri e combattere contro enormi creature da incubo che avrebbero eliminato un comune mortale in un battito di ciglia. Come potevano farlo? Come avrete immaginato dal titolo, col sacrificio della propria carne (e gravi conseguenze sulla psiche, o la loro anima). I poteri più grandi potevano richiedere persino un occhio o un braccio dell'evocatore. Diciamo pure che quel gioco rappresenta un estremo, ma almeno si tratta di un'idea interessante che rende tali magie e capacità potenti e terrificanti, non solo nel loro effetto finale sul bersaglio, ma anche nel prezzo da pagarne. Nei libri di Shannara invece, i protagonisti sembrano sempre pagare un prezzo troppo alto in proporzione a ciò che sono in grado di fare. Insomma, nei mondi di Brooks il gioco non sembra valere la candela.

Per quanto mi riguarda, mi piace che nelle mie storie, la magia e l'elemento sovrannaturale in generale siano una via di mezzo tra lo stile "D&D" e quello ritualistico che richiama elementi a noi più familiari, come il Voodoo, la tradizione celtica o la classica figura della strega col calderone dell'immaginario collettivo. Gli incantesimi devono essere potenti, pericolosi, piegare le leggi della fisica e risultare una forza della natura. Fintanto che l'autore sia in grado di giustificarla bene a livello di World Building e non la renda eccessivamente potente, l'unico limite è la propria immaginazione. Per usare una metafora un po' volgare, la magia di Brooks è un come un peto striminzito in una gara di scorregge.

Quindi, in definitiva... qual è il ruolo della magia? Arricchire il mondo che si va a costruire, conferire poteri misteriosi quanto affascinanti a protagonisti e antagonisti, rendere la storia più varia ed esotica. In aggiunta, la magia può sempre essere uno spunto di riflessione sul potere. Può essere il fulcro della narrazione, oppure esserne parte integrante purtuttavia senza esserne il centro nevralgico. Quale che sia la scelta dell'autore, essa non deve mai, mai dare la sensazione di essere "di poco conto" o "fare da tappezzeria".



Come sempre, ci tengo a sottolineare che nei miei post espongo la mia personale visione delle cose, che concerna la scrittura in generale o degli aspetti specifici di quest'ultima. 
Alla prossima!

Artwork di Drizzt DoUrden: